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Se muestran los artículos pertenecientes al tema Letture.
Primavera, Aprile. Anno imprecisato.
Il cielo era magnifico, libero da nuvole al centro, velato appena nella parte inferiore da uno strato sottile di polvere luccicante. Stelle a grappoli, e onde lievi a levigare il grande cristallo: la luna si cullava tra gli scogli, e foglie s’agitavano, tentennavano, percorse da refoli di vento sottile. Luce lieve, onde, piccole e schiumose, suoni ignoti si liberavano nell’aria colma di profumi, e la spiaggia appariva desolata e silenziosa. Solo il mio dolore, quello sentii scorrere, una sensazione nuova, e la consapevolezza che senza di lei avrei perduto la mia essenza, io smarrito, io follia, l’alieno. Ricordai con nitore gli ultimi istanti della conversazione, il viso di lei, quegli occhi sinceri e profondi, il suo passo leggiadro, le mani piccole e ben curate. Sentii il suo profumo, agonizzai nel respiro del suo cuore. Il cielo era ancora magnifico, e il vespero si diluiva nelle pozzanghere, subito dopo la pioggia, quella pioggia lenta che martoriava la spiaggia e feriva a morte l’anima mia. I pensieri oscillavano nel vuoto, istanti, l’addio, e ancora i suoi occhi neri profondi e le sue parole intrise di nulla, cattivi presagi, già all’inizio, mentre le sue labbra si muovevano ritmicamente, sembravano fuochi fatui, ed io non ascoltavo, inseguivo invece il volo delle rondini nell’aria umida e malaticcia. “È finita: non posso contin... (... continúa) Stanotte ho visto una stella cadente. I miei occhi non hanno avuto nemmeno il tempo di assorbire quell'immagine che il mio cuore già palpitava d'amore e di vita.
Il mio nome è Albino, ho la veneranda età di ottantaquattro anni e sono vedovo. Mia moglie Rachele è salita in cielo cinque anni fa e non mi è rimasto più nulla in cui credere. Ricordo ancora quella maledetta sera come fosse ieri. Era luglio ed il caldo opprimente soffocava il corpo e l'anima della mia compagna di vita. La sua malattia non le permetteva di pensare al domani. E il domani, per Rachele, da quella sera non fu più nemmeno una speranza. Si spense lentamente, con il sorriso sulle labbra, nonostante il cancro l'avesse logorata giorno dopo giorno. Più passavano le ore e più vedevo quel bastardo portarsi via mia moglie. Lentamente. Pezzo per pezzo. Cellula per cellula. Era una donna straordinaria, mia moglie. Non potrò ma ... (... continúa)  La Divina Commedia (titolo originale: Comedìa) è un poema in tre cantiche (Inferno · Purgatorio · Paradiso) scritto dal poeta fiorentino Dante Alighieri.
L'opera è generalmente considerata la più importante testimonianza letteraria della civiltà medievale ed accoglie anche le premesse di nuove idee. Il poema, pur continuando i modi caratteristici della letteratura e dello stile medievali (ispirazione religiosa, fine morale, linguaggio e stile basati sulla percezione visiva e immediata delle cose), tende a una rappresentazione ampia e drammatica della realtà, ben lontana dalla spiritualità tipica del Medioevo, tesa a cristallizzare la visione del reale. Genesi e storiaDante immagina di compiere il proprio viaggio ultraterreno durante la settimana santa del 1300: l'anno del primo giubileo. L'Inferno non contiene notizie posteriori al 1309 (la prima menzione di copie manoscritte è del 1313). Il Purgatorio non contiene riferimenti a fatti posteriori al 1313 e fu divulg ... (... continúa) Joaquín Salvador Lavado (Mendoza, Argentina, 17 luglio 1932), meglio conosciuto come Quino, è un autore di fumetti. Nacque il 17 luglio 1932 (anche se all'anagrafe risulta nato il 17 agosto) e in famiglia, fin dalla nascita, viene chiamato Quino per distinguerlo dallo zio Joaquín Tejón, pittore e disegnatore pubblicitario. Durante l'adolescenza rimase orfano di madre (1945) e di padre (1948) e, terminata la scuola dell'obbligo, si iscrisse alla Scuola di Belle Arti di Mendoza nel 1945 che abbandonò quattro anni dopo. L'anno successivo riuscì a vendere il suo primo fumetto di pubblicità ad un negozio di tessuti. Nel 1951 si recò a Buenos Aires con l'intenzione, vana, di trovare lavoro come fumettista. Tornò quindi a Mendoza e, dopo il servizio militare, nel 1954 si trasferì a Buenos Aires sempre con l'intento di realizzare il suo sogno di lavoro. E questa volta le cose andarono diversamente: i suoi disegni infatti vennero pubblicati regolarmente sulla pagina umoristica del settimanale "Esto es". È solo l'inizio di una lunghissima carriera che ha visto i suoi disegni comparire su centinaia di quotidiani e periodici latino americani ed europei. Nel 1957 iniziò a pubblicare con regolarità su "Rico Tipo" e l'anno successivo comi ... (... continúa) Il mio cuscino mi guarda di notte con durezza come una pietra tombale; non avevo mai immaginato che tanto amaro fosse essere solo e non essere adagiato nei tuoi capelli. Giaccio da solo nella casa silenziosa, la lampada è spenta, e stendo pian piano, le mie mani per afferrare le tue, e lentamente spingo la mia fervente bocca verso di te e bacio me fino a stancarmi e ferirmi e all’improvviso son sveglio, e intorno a me la fredda notte tace, luccica nella finestra una limpida stella, o tu dove sono i tuoi capelli biondi, dov’è la tua dolce bocca? Ora bevo in ogni piacere la sofferenza e veleno in ogni vino; mai avrei immaginato che fosse tanto amaro esser solo esser solo e senza di te!
(Hermann Hesse)
 Posso scrivere i versi più tristi questa notte. Scrivere, ad esempio: "La notte è stellata, e tremolano, azzurri, gli astri, in lontananza ". Il vento della notte gira nel cielo e canta. Posso scrivere i versi più tristi questa notte. lo l'amai, e a volte anche lei mi amò. Nelle notti come questa la tenni tra le mie braccia. La baciai tante volte sotto il cielo infinito. Lei mi amò, a volte anch'io l'amavo. Come non amare i suoi grandi occhi fissi. Posso scrivere i versi più tristi questa notte. Pensare che non l'ho. Sentire che l'ho perduta. Udire la notte immensa, più immensa senza lei. E il verso cade sull'anima come sull'erba la rugiada. Che importa che, il mio amore non potesse conservarla. La notte è stellata e lei non è con me. In lontananza qualcuno canta. In lontananza. La mia anima non si accontenta di averla perduta. Come per avvicinarla il mio sguardo la cerca. Il mio cuore la cerca, e lei non è con me. La stessa notte che fa biancheggiare gli stessi alberi. Noi, quelli di allora, più non siamo gli stessi. Più non l'amo, è certo, ma quanto l'amai. La mia voce cercava il vento per toccare il suo udito. D'altro. Sarà d'altro. Come prima dei miei baci.
... (... continúa) Mi piaci quando taci perché sei come assente, e mi ascolti da lontano, e la mia voce non ti tocca. Sembra che si siano dileguati i tuoi occhi e che un bacio ti abbia chiusa la bocca. Siccome ogni cosa è piena della mia anima tu emergi dalle cose, piena dell’anima mia. Farfalla di sogno, assomigli alla mia anima, e assomigli alla parola malinconia. Mi piaci quando taci e sei come distante. Sembri lamentarti, farfalla che tuba. E mi ascolti da lontano e la mia voce non ti giunge: lascia che io taccia con il silenzio tuo. Lascia che ti parli anche con il tuo silenzio chiaro come una lampada, semplice come un anello. Sei come la notte, silenziosa e stellata. Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice. Mi piaci quando taci perché sei come assente. Distante e dolorosa come se fossi morta. Poi basta una parola, un sorriso. E sono felice, felice che non sia vero.
(Pablo Neruda)
 Lascio volare al tempo, Ogni speranza che io sento; A cui amano va il mio canto, Grido scancellato dal vento. Sconfitto dal dolore, Sento venire da un vuoto, Buia voragine chiamata vita, Cercando e sognando nostro ruolo. Siamo uguali, siamo diversi, Noi uomini cosí la pensiamo; É nostro essere di sogni persi Perché dubbiano che anche noi amiamo? Ci credono rocce ruvide, Che nessuna goccia puó rodere; Ma siamo un silenzioso cuor Che piange tante volte d´amor. Nostra barriera d´argento, Ci dá la forza d´un lampo; Ma in fondo siamo come il vento, A volte tempestuoso, a volte calmo. Nostri occhi ci credono liberi Liberi come passerotti d´aprile; Ma nostre stesse ali ci affogano E tutto intento di volare é in vano. Castello di grosse pareti, Costruito sú una morbida palude, Ad aprir la porta siamo costretti, Non per amore, sennó per abitudine. Man che prende un ferro, Ugual che una penna o un mattone; Stessa mano che accarezza un figlio Per perdonare, ... (... continúa) Dal finestrino dell'aereo si potevano vedere le alte vette dei monti nepalesi, le nuvole le avvolgevano, ricoprivano quegli enormi ammassi di pietra di cui si potevano vedere le punte, danzavano intorno a loro seguendo il ritmo di una melodia di Mozart; alcune nuvole salivano oltre le vette più alte, esse stesse sembravano delle montagne, esse stesse apparivano come una parte dell'Annapurna. È difficile descrivere il Nepal a un occidentale, credo che sia difficile trovare delle immagini o delle parole adatte a rappresentare una realtà così diversa dalla nostra, credo che l'unico modo per farsi un'idea di Katmandu o di un'altra città di questo stato così mistico e povero sia percorrere le sue strade, sentire gli odori degli incensi e di alcuni loro fiori essiccati che si mescolano all'intenso puzzo di smog sprigionato dalle marmitte delle loro vecchie auto, vedere gli appariscenti abiti delle donne e i volti sorridenti dei bambini che si mettono in posa per farsi fare una foto. In questo momento molte immagini si stanno sovrapponendo nella mia mente: le molte persone che tentano di vendere qualche cosa ai turisti; il fumo sprigionato dalle fiamme che bruciavano i cadaveri dei morti rispettando un antichissimo rito; quella scimmietta spaventata che si stava aggrappando con tutte sue forze alla spalla della ragazza inglese e che mi stava guardando con ... (... continúa) Amata mia, terribile è l'angoscia che mi tormenta. Non so, amor mio, se ce la farò a tirare avanti perché troppo grande è il sacrificio che mi s'impone. A volte mi sento un vile, non oso parlare per non turbare la serenità, la felicità degli altri; e alla tua, alla mia felicità chi ha pensato? Soltanto ora mi accorgo di quanto sia egoista il mondo. Ora, solo ora, mi accorgo quanto grande sia stato il tuo, il mio sacrificio: il nostro errore. Oh, amore mio, è terribile credimi! Vivere così. Dormire nello stesso letto, vivere sotto lo stesso tetto e amarsi e odiarsi. Sì, anima mia, io odio e lei mi ama. Com'è triste la sera, come ora: lei al mio fianco, la testa appoggiata sulla mia spalla, ed io scrivo. - Tesoro, che cosa scrivi? - Una novella. Sì, una novella triste e angosciosa che dice tutto il mio tormento, il mio dolore alla donna che amo, e che mi è proibito di amare perché... sono sposato. A colei che ... (... continúa) Un amore nasce nel momento in cui si sente il bisogno di prendersi cura di qualcuno, di donare parte di se ad un’ altra persona, senza sentirsi obbligati dalle circostanze, senza seguire rigidi percorsi già tracciati. Un amore esplode quando due persone diverse, si incastrano tra loro come tessere di un puzzle, pretagliate all’ origine, per trovarsi poi destinate comunque a riunirsi, formando qualcosa di tangibile. Un amore culmina quando il pensiero dell’ altro ci porta serenità, e voglia, o desiderio di condividere quanto di più nostro, o di più intimo c’ è in noi. Un amore muore quando è sommerso di parole inutili, quando queste parole non bastano più ad esprimere nessun sentimento, nessuna emozione. Quando il guardarsi significa solo vedersi. o il parlarsi solo spar ... (... continúa) Italo Calvino era un signore che amava le fiabe. Andava in giro per le campagne a cercare le donne più anziane e si faceva raccontare le favole che raccontavano in dialetto ai loro bambini, quelle che avevano ascoltato dalle loro mamme, che a loro volta avevano ascoltato dalle loro mamme e così via, fino alla notte dei tempi. Di tutte le fiabe trascritte da Calvino, noi abbiamo scelto 2 :
IL CONTADINO ASTROLOGO C’era una volta un re che aveva perduto un anello prezioso. Cerca qua, cerca là, non si trova. Mise fuori un bando che se un astrologo gli sa dire dov’è, lo fa ricco per tutta la vita. C’era un contadino senza un soldo, che non sapeva né leggere né scrivere, e si chiamava Gàmbara. "Sarà tanto difficile fare l’astrologo? -si disse- Mi ci voglio provare". E andò dal Re. Il Re lo prese in parola, e lo chiuse a studiare in una stanza. Nella stanza c’era solo un letto e un tavolo con un gran libraccio d’astrologia, e penna carta e calamaio. Gambara si sedette al tavolo e cominciò a scartabellare il libro senza capirci niente e a farci ... (... continúa)
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