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COL CUORE IN ITALIA

GIUSEPPE POVIA, IL PICCIONE CHE FA "OOH" E VOLA SEMPRE PIÚ IN ALTO

GIUSEPPE POVIA,  IL PICCIONE CHE FA "OOH" E VOLA SEMPRE PIÚ IN ALTO

Giuseppe Povia (Milano, 19 novembre 1972) è un cantante italiano, originario dell’Isola d’Elba.

Conseguì il diploma di terza media nel 1985 e si guadagnò da vivere facendo il cameriere a Milano, Roma e Bergamo. Ha incominciato a suonare la chitarra e scrivere testi comprando in edicola un manuale Come imparare la chitarra in 24 ore ed ha scritto le sue prime canzoni a 17 anni. È stato scoperto da Angelo Carrara, lo stesso talent-scout che aveva lanciato Franco Battiato, Alice e Ligabue.

I suoi primi album passano inosservati.

Nel 2003 vince il Premio Recanati con la canzone Mia sorella in cui affrontò il tema della bulimia. Nel 2005 avrebbe voluto portare I bambini fanno "Ooh..." al Festival di Sanremo, ma è stata scartata essendo già stata eseguita in pubblico proprio al Festival di Recanati: lo stesso conduttore della kermesse sanremese Paolo Bonolis affermò che egli avrebbe avuto buone possibilità di vittoria se fosse stato più discreto.

Nonostante ciò è stato invitato come ospite al Festival per la campagna pro Darfur, dove si è esibito con I bambini fanno "Ooh..." (nata guardando i bambini giocare). La canzone divenne un vero e proprio tormentone e qualche mese dopo Povia fece uscire il suo primo album Evviva i pazzi... che hanno capito cos’è l’amore. I brani di Povia hanno quasi sempre la forma di una innocente filastrocca ma con musica orecchiabile e contenuti seri.

Il 17 agosto 2005 è l’artista di punta alla Festa degli Italiani organizzata al RheinEnergieStadion di Colonia (Germania) in occasione della XX Giornata Mondiale della Gioventù.

Il 4 marzo 2006 vince il Festival di Sanremo e la Categoria Uomini con la canzone Vorrei avere il becco

Discografia parziale

  • E’ vero (singolo, 2001)
  • Mia sorella (singolo, 2003)
  • Evviva i pazzi... che hanno capito cos’è l’amore (album, 2005)
  • I bambini fanno oh... e la storia continua (album, 2006)

 

                     Povia vince la 56a edizione del Festival di Sanremo

          

                 

VORREI AVERE IL BECCO

 Vorrei avere il becco
Per accontentarmi delle briciole
Concentrato e molto attento
Si, ma con la testa fra le nuvole
Capire i sentimenti quando nascono e quando muoiono
Perciò vorrei avere i sensi per sentire il pericolo
Se tutti quanti lo sanno ma hanno paura che l’amore è un inganno
Oh, ce l’ha fatta mia nonna per 50 anni con mio nonno in campagna
Più o meno come fa un piccione
Lo so che e brutto il paragone
Però vivrei con l’emozione
Di dare fiducia a chi mi tira il pane
Più o meno come fa un piccione l’amore sopra il cornicione
Ti starei vicino nei momenti di crisi
E lontano quando me lo chiedi
Dimmi che ci credi e che ti fidi
Un giorno avevo il vento che mi accompagnava su una tegola
A volte sono solo e mi spavento, cosa cì fanno due piccioni in una favola?
Se tutti quanti lo sanno ma hanno paura che l’amore è un inganno
Oh, me l’ha detto mia nonna
"Lo sai quante volte non pensavo a tuo nonno?"
Più o meno come fa un piccione
E mica come le persone che a causa dei particolari
Mandano per aria sogni e grandi amori
Camminerò come un piccione a piedi nudi sull’asfalto
Chi guida crede che mi mette sotto
Ma io con un salto all’ultimo momento
Volerò ma non troppo in alto
Perché il segreto è volare basso
E un piccione vola basso
Ma è per questo che ti fa un dispetto
Ma è per questo che anche io non lo sopporto
Noi però alla fine resteremo insieme
Più o meno come fa un piccione
L’amore sopra il cornicione
Ti starò vicino nei momenti di crisi
E lontano quando me lo chiedi
Dimmi che ci credi
Ci sveglieremo la mattina, due cuori sotto una campana

 

QUANDO I BAMBINI FANNO OOH 

Quando i bambini fanno oh
c’è un topolino
mentre i bambini fanno oh
c’è un cagnolino
se c’è una cosa che ora sò
ma che mai più io rivedrò
è un lupo nero che da un bacino
a un agnellino
Tutti i bambini fanno oh
dammi la mano perchè mi lasci solo
sai che da soli non si può
senza qualcuno, nessuno può diventare un uomo
per una bambola o un robot bot bot
magari litigano un pò
ma col ditino ad alta voce
almeno loro, eh, fanno la pace
così ogni cosa nuova è una sorpresa
proprio quando piove
i bambini fanno oh guarda la pioggia
Quando i bambini fanno oh
che meraviglia, che meraviglia
ma che scemo vedi però però
e mi vergogno un pò
perchè non sò più fare oooooooh
e fare tutto come mi piglia
perchè i bambini non hanno peli
ne sulla pancia,ne sulla lingua

I bambini
sono molto indiscreti, ma hanno tanti segreti
come i poeti
i bambini volan la fantasia e anche qualche bugia
o mamma mia...bada
ma ogni cosa è chiara e trasparente
che quando un grande piange
i bambini fanno oh
ti sei fatto la bua è colpa tua
Quando i bambini fanno oh
che meraviglia, che meraviglia
ma che scemo vedi però però
e mi vergogno un pò
perchè non sò più fare oh
non sò più andare sull’altalena
di un fil di lana non sò più fare una collana

lalalalalalala

Fin che i cretini fanno
Fin che i cretini fanno
Fin che i cretini fanno BOH
tutto resta uguale
Ma se i bambini fanno ohh
basta la vocale
io mi vergogno un pò
invece i grandi fanno NO
io chiedo asilo, io chiedo asilo
come i leoni io voglio andare a gattoni ..
e ognuno è perfetto
uguale il colore
evviva i pazzi che hanno capito cos’é l’amore
è tutto un fumetto di strane parole
che io non ho letto
voglio tornare a fare oh
voglio tornare a fare oh
perchè i bambini non hanno peli
ne sulla pancia ne sulla lingua..



        

IL DONO D´ ESSERE .... RENATO ZERO

IL  DONO  D´ ESSERE .... RENATO ZERO

Renato Fiacchini in arte Renato Zero nasce a Roma a via Ripetta il 30 settembre del 1950. Rischia di morire appena nato, ma viene salvato da una trasfusione di sangue (il suo è un gruppo molto raro, l’Rh negativo - titolo anche di una sua canzone). Il donatore è un sacerdote. Figlio di un’infermiera e di un poliziotto, Renato vive la sua adolescenza nella borgata della Montagnola (esperienza che gli ispirerà la canzone "Periferia"). Frequenta le scuole fino alla III media dopodiché si dedica completamente alla sua vera passione: la musica, cantare, recitare.

Giovanissimo inizia a travestirsi ed esibirsi in piccoli locali, assumendo come sfida verso i tanti denigratori ("Sei uno zero", è la frase che si sente ripetere più spesso), proprio il nome di Renato Zero. A 14 anni ottiene il suo primo contratto, al Ciak di Roma per 500 lire al giorno. Le prime esperienze artistiche sono nel gruppo I collettoni che fa da supporto ad una giovanissima Rita Pavone registrando anche alcuni fortunati Caroselli per una nota marca di gelato. Nel 1965 incide i primi brani: Tu, Sì, Il deserto, La solitudine, che non verranno mai pubblicati. Per il primo singolo bisogna aspettare il 1967: "Non basta sai/In mezzo ai guai", prodotto da Gianni Boncompagni, vende 20 copie.

Lavora come comparsa in un paio di film di Fellini e fa parte del cast della versione italiana del musical Hair, insieme, fra gli altri, a Loredana Bertè e Teo Teocoli.

La costruzione del personaggio

Ma nell’atmosfera dei tardi anni sessanta che si sta impercettibilmente spostando dalla ingenua fase del beat (1964-67) all’impegno politico post-’68, Renato stenta a trovarsi un’identità. Sarà nei primi anni settanta con l’avvento del glam-rock tutto cipria, lustrini e paillette che potrà proporre senza problemi il suo personaggio androgino e rutilante, che poteva sembrare una scopiazzatura dei modelli d’oltremanica e invece esisteva già da parecchi anni senza potersi tradurre in proposte artistiche per la diffidenza che circondava gli artisti troppo smaccatamente "ambigui".

Le due anime

In realtà dietro questo personaggio provocatorio ed alternativo, che Zero racconterà in pezzi dal sapore proto-trash, come Triangolo, Fermo posta e la fin troppo esplicita Sbattiamoci, batte un cuore romantico e più vicino al cattolicesimo che alla perversione, con accorati messaggi anti-aborto (Il cielo e Più su), anti-droga (La tua idea, Uomo no e Fermati, titoli quasi da Esercito della Salvezza) e contro il sesso troppo facile (Sesso-O-Esse, Metrò, Mi vendo).

Il rapporto col pubblico

È in realtà questa parte più intima e sincera che cattura negli anni un pubblico sempre più numeroso, unico per assiduità ed adesione fideistica, al limite dell’idolatria: i cosiddetti sorcini, termine che alla lunga ha sostituito quello originario di "zerofolli", coniato a metà degli anni settanta. Tra Renato e il suo pubblico il rapporto è di amore totale e incondizionato, come può testimoniare chiunque abbia assistito ad almeno un suo spettacolo.

La leggenda vuole che nel 1980 trovandosi a Viareggio mentre si recava in auto al ristorante "Da Beppino", assediato dai fan che con i motorini sfrecciavano da tutti i lati, disse: "sembrano tanti sorci". Nel 1981 ai suoi fan l’artista dedicò il brano "I figli della topa’, inserito all’interno di "Artide Antartide", un doppio album che lo stesso Renato considera uno dei più riusciti della sua carriera.

Da quel momento i suoi ammiratori sono diventati sorcini e il cantante, per analogia, il re dei sorcini.

Anni settanta: le origini della zerofollia

Zero pubblica il suo primo album "No! Mamma, No!" (dal vivo) nel 1973, senza raccogliere molto successo. Viene infatti associato dalla critica ad un sosia di David Bowie e questo causa attriti con la casa discografica RCA che ritira i fondi già pattuiti con il cantante per la promozione del disco attraverso spettacoli in tutta Italia. Il secondo tentativo di affermazione è l’album "Invenzioni" del 1974 promosso con la partecipazione alla manifestazione "Un disco per l’estate": L’accoglienza del pubblico resta tiepida. Il primo singolo di successo è "Madame" del 1976, firmato da Renato insieme a due collaboratori che lo accompagneranno per parecchi anni: l’autrice Franca Evangelisti e il compositore Piero Pintucci. Altri collaboratori importanti di quel periodo sono Ruggero Cini e Roberto Conrado. "Madame", che entra nella Top20, è inclusa nell’album "Trapezio" con cui Zero inizia a creare un proprio seguito di fan. Ma è con il singolo "Mi vendo" del 1977, trasmesso prepotentemente dalle radio libere, e l’album "Zerofobia" che Renato Zero guadagna i suoi primi dischi d’oro e la Top10 delle vendite. L’album include anche il successo "Il cielo" che Renato racconta di aver composto sull’isola di Ventotene alla fine degli anni ’60. L’affermazione artistica di Zero continua con gli album "Zerolandia" del 1978 (in onore dell’etichetta discografica da lui fondata), trainato dal 45 giri "Triangolo", e "Erozero" del 1979, al numero uno della classifica, che raggiungono da vicino il milione di copie consacrando Renato Zero come uno degli artisti più amati dal pubblico. Per il 45 giri "Il carrozzone" Zero conquista anche la prestigiosa Gondola d’oro. Nel frattempo Zerolandia è diventato anche un tendone circense itinerante, della capienza di cinquemila posti, nel quale Renato si esibisce facendo tappa in varie città italiane e scatenando nel pubblico incredibili scene di isteria e tentativi di emulazione: sono tantissimi gli spettatori che si presentano ai concerti truccati o addirittura vestiti come Renato. Sempre nel 1979 Renato Zero gira nel ruolo di protagonista, interpretando se stesso, il film "Ciao Nì" con la regia di Paolo Poeti, che al botteghino batte niente di meno che il gettonatissimo "Superman". Il film è ricco di esibizioni musicali e raccoglie consensi principalmente fra i fan dell’artista.

Anni ottanta: la crisi

Zero entra negli anni ottanta abbandonando trucchi e cerone, ma non per questo rinuncia a stupire. I suoi testi diventano sempre più maturi e riflessivi, i concerti però continuano ad essere caratterizzati da un’irreferenabile voglia di grandeur, con cambi d’abito e sorprese a ripetizione: addirittura, nel tour "Senza Tregua" del 1980 entra in scena su un carro trainato da un cavallo bianco! Da segnalare, nel 1982, l’inizio della collaborazione con il Maestro Renato Serio che da quel momento e fino ad oggi (tranne sporadiche eccezioni) scriverà e arrangerà gli archi di tutti gli album di Renato. Fino al 1984 la carriera di Zero procede a gonfie vele: "Amico", "Più su", "Marciapiedi", "Viva la Rai", "Spiagge", sono solo alcuni dei successi ottenuti nei primi anni ottanta. Poi, improvviso, arriva il calo di consensi. Nel 1984 al giardino zoologico di Roma, vestito da leone e scortato da quattro aborigeni, Renato presenta "Leoni si nasce": sembra di dover assistere all’ennesimo trionfo, e invece la caduta è rovinosa. L’album vende poco pur raggiungendo il numero uno nella classifica delle vendite, ma soprattutto è la sua immagine, un tempo "cool" e trasgressiva che appare vecchia e kitsch. Non va meglio col successivo "Soggetti smarriti", né con i concerti, che si svolgono non più in stadi e palasport, ma nelle piazze e addirittura nelle discoteche di provincia. I consensi toccano il fondo con "Zero" del 1987, doppio album che si rivela un flop clamoroso, raggiungendo a malapena la Top20. La parabola artistica del cantautore romano sembra giunta al capolinea. Renato si prende due anni di pausa. E intanto medita il riscatto... Nel 1989 vola a Londra dove realizza, con l’ausilio di Goeff Westley, "Voyeur" ricco di nuove suggestioni musicali. È l’inizio di una rinascita lenta ma costante, confermata da un tour nei palasport e sotto il tendone che ottiene un discreto successo.

Anni novanta: il grande ritorno

Nel 1991 Renato partecipa a Sanremo con il brano "Spalle al muro": un successo, confermato dalle buone vendite del doppio live "Prometeo", seguito a fine anno dalla raccolta di inediti "La coscienza di Zero". Grande scalpore suscita la sua seconda esibizione sanremese, nel 1993: Renato presenta il brano di ispirazione religiosa "Ave Maria" che scatena nel pubblico in sala una standing ovation di dieci minuti. Tanto il singolo (in realtà un mini cd dal titolo "Passaporto per Fonopoli") quanto l’album "Quando non sei più di nessuno" raggiungono il primo posto in classifica. Nella primavera-estate Renato se ne va in tour con un’orchestra sinfonica di 50 elementi nello spettacolo "ZerOpera". Nel 1994 torna con un altro album che raggiunge il vertice della classifica, "L’imperfetto", una delle sue migliori produzioni, che contiene l’intensa "Nei giardini che nessuno sa". A partire da questo album Zero inizia a collaborare strettamente con Phil Palmer, fondamentale per la creazione di quel nuovo sound che caratterizzerà i lavori successivi di Zero. Ormai Zero non si ferma più: nel 1995 esce il cd "Sulle tracce dell’imperfetto" accompagnato da un altro tour. Nel 1996 è la volta dello spettacolo teatrale "TuttoZero - I migliori anni della nostra vita", uno show di 40 canzoni e 25 cambi d’abito. Nel 1998 "Amore dopo amore", trainato dal singolo "Cercami", vende un milione e duecentomila copie, diventando il disco più venduto dell’anno in Italia; nel 1999 Renato pubblica un disco live e torna ad esibirsi dal vivo con Carla Fracci e i Momix nello spettacolo kolossal "Cantiere Fonopoli". Nel corso di questi due anni (1998-1999) vengono estratti 6 singoli che raggiungono tutti la Top10 delle vendite. In estate duetta con Luciano Pavarotti sulle note de "Il cielo", a novembre Mina lo omaggia dedicandogli un intero album, "N° 0", nel quale reinterpreta con la consueta classe alcuni brani del repertorio di Zero dagli anni settanta agli anni novanta.

Il nuovo millennio: Zero Imperatore

Nel 2000 conduce un programma tutto suo in prima serata su Rai Uno, "Tutti gli Zeri del mondo", un mezzo passo falso alla pari del cd dal titolo omonimo, nel quale ricorda alcuni grandi cantautori scomparsi, tra i quali Fabrizio de André e Lucio Battisti, interpretando dei loro grandi successi. Una breve attesa, e nel 2001 "La curva dell’angelo" lo riporta in vetta (numero 10 nella classifica annuale degli album più venduti), mentre il tour "Prove di volo" del 2002 raccoglie mezzo milione di spettatori. "Cattura", presentato in diretta radiofonica al Teatro Eliseo, esce alla fine del 2003 e nel giro di poche settimane diventa uno degli album più venduti dell’anno (si piazza al quinto posto nella chart annuale). Contiene una delle canzoni più amate dalla nuova generazione di sorcini, l’iper-romantica "Magari". Nel 2004 il giro di concerti "Cattura il sogno/Il sogno continua" entra nella classifica Pollstar dei tour di maggior successo a livello mondiale. Il doppio tutto esaurito allo Stadio Olimpico gli fa meritare l’ironico titolo di nuovo imperatore di Roma. Il dvd "Figli del sogno", cronaca fedele di quello spettacolo, risulta il più venduto dell’anno. Il 2 luglio 2005 partecipa al Live8 romano al Circo Massimo, eseguendo "Cercami" e "Nei giardini che nessuno sa" e duettando con Claudio Baglioni e Laura Pausini sulle note della sua canzone più celebre, "I migliori anni della nostra vita". Il 2005 è anche l’anno in cui Renato diventa nonno di Virginia, primogenita del suo figlio adottivo Roberto. Il 18 novembre, anticipato dal singolo "Mentre aspetto che ritorni", esce l’ennesimo album, Il dono, pubblicato in tre diverse versioni tra cui il Dual Disk in cui l’artista si concede in un intervista di circa 30 minuti. L’album si insedia stabilmente al primo posto della hit parade e vi rimane fino alla fine del 2005: in sole sei settimane conquista il quarto posto nella chart annuale. Da notare che tutti i successi discografici di Renato degli ultimi anni sono ottenuti senza godere sostanzialmente di passaggi radiofonici: i grandi network, a cui dedica il polemico brano "Radio o non radio" non trasmettono i suoi brani. A dicembre per la prima volta Zero viene ricevuto in Vaticano, dove si esibisce nell’aula Paolo VI eseguendo "La vita è un dono", canzone dedicata a Giovanni Paolo II nonchè alla neonata nipotina. Dal 26 dicembre 2005 al 6 gennaio 2006 conduce per 10 serate una trasmissione radiofonica su Radio2, in cui ripercorre le tappe più significative della sua carriera, insieme a molti amici dello spettacolo. Nel febbraio 2006 parte da Monitchiari il nuovo tour "Zero movimento", che fa registrare ovunque il tutto esaurito già in prevendita, con molte date aggiunte per venire incontro alle richieste pubblico: ma i biglietti a disposizione sono ancora pochi. Così nasce l’idea di un altro giro di concerti, che dovrebbe prendere il via a giugno. Durante alcuni concerti del tour, a ridosso delle elezioni politiche, si schiera apertamente contro il presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Sempre a febbraio rifiuta il premio alla carriera che vorrebbero consegnargli sul palco del festival di Sanremo. Questo il commento di Renato: "Se ne riparla quando avrò ottant’anni".

Ad oggi Renato Zero ha venduto circa 17.000.000 di dischi in Italia (di cui 1.2000.000 singoli) e altri 3.000.000 nel mondo (principali paesi: Svizzera, Francia, Germania, Spagna, Belgio, Venezuela, Argentina).

Ad oggi Renato Zero ha raggiunto il numero uno della classifica italiana con i 12 album di seguito elencati:

  • Erozero - per 8 settimane
  • Tregua - per 11 settimane
  • Icaro
  • Artide Antartide - per 5 settimane
  • Via Tagliamento 1965/1970 - per 7 settimane
  • Leoni si nasce
  • Quando non sei più di nessuno
  • L’imperfetto
  • Amore dopo Amore Tour dopo Tour
  • La curva dell’angelo
  • Cattura - per 2 settimane
  • Il dono - per 5 settimane

            

In questo elenco non è inserito il Q-disc "Calore", che all’epoca fu motivo di scontro tra Renato e i curatori della classifica ufficiale dei dischi più venduti divulgata dalla Rai. Renato considerava infatti questo Q-disc (un vinile con due brani per facciata) un album, ma in classifica fu invece inserito tra i singoli, dove peraltro rimase per sei settimane al primo posto. Dal punto di vista delle charts "Calore" (come peraltro il mini cd "Passaporto per Fonopoli"), va quindi considerato come un singolo.

Solo Mina e Lucio Battisti hanno piazzato un maggior numero di album al numero uno nella classifica italiana (rispettivamente 20 e 14). Insieme a Mina, Adriano Celentano e Claudio Baglioni, Renato Zero è riuscito ad avere album al numero uno della classifica italiana in 4 decenni diversi (anni 70, 80, 90 e 2000). Ad oggi Mina è l’unica ad avere ottenuto questo risultato in 5 decenni diversi.

I suoi album "Artide Antartide" e "Amore dopo Amore" (nella categoria artisti) sono stati i più venduti in Italia negli anni 1981 e 1998, superando entrambi il milione e duecentomila copie. Anche gli album "Icaro", "EroZero" e "Tregua" sono accreditati al di sopra del milione di copie, comprensivo di tutte le vendite fino ad oggi. Renato Zero ha inoltre piazzato 26 dei suoi album in Top10 e 31 album in Top20 nella classifica italiana.

Renato Zero resta l’unico artista italiano ad essere riuscito a piazzare 5 album doppi (Tregua, Icaro, Artide Antartide, Via Tagliamento 1965/1970, Amore dopo Amore Tour dopo Tour) al primo posto della classifica

Renato Zero ha raggiunto più volte il numero uno della classifica dei singoli italiani:

  • Il carrozzone - per 8 settimane
  • Amico (canzone) - per 10 settimane
  • Calore - per 6 settimane (Q-disc, poi mini cd, contenente 4 brani tra i quali "Spiagge")
  • Passaporto per Fonopoli - per 2 settimane (mini cd contenente 4 brani tra i quali "Ave Maria")
  • L’impossibile vivere
  • Tutti gli zeri del mondo - per 2 settimane
  • Innocente

E’ ad oggi il solo cantante italiano ad aver ottenuto il numero uno dei singoli in 4 decenni distinti (anni 70, 80, 90 e 2000).

Relativamente alla classifica di vendita dei DVD musicali (nata in Italia a fine 2003) Renato Zero ha raggiunto i seguenti numeri uno:

  • Figli del sogno Live 2004 - per 7 settimane

"Figli del sogno" è stato in effetti il dvd musicale più venduto del 2004.

POMPEI, GLI SCAVI IERI E OGGI

POMPEI, GLI SCAVI  IERI  E  OGGI

 La mattina del 24 agosto del 79 d.C., si sentì un boato nella regione vesuviana. Dal vulcano una nube di gas e pomici si proiettò in alto, simile ad un pino, ed oscurò il cielo. Una pioggia di lapilli e frammenti litici ricoprì Pompei: durò fino al giorno dopo facendo crollare i tetti e mietendo le prime vittime. I Pompeiani tentarono di ripararsi nelle case o sperarono nella fuga, camminando sul letto di pomici che si andava formando, alto ormai più di 2 m. Ma alle 7.30 del 25 agosto, una scarica violentissima di gas tossico e cenere ardente devastò la città: essa si infiltrò dovunque, sorprendendo chiunque cercasse di sfuggire e rendendo vana ogni difesa. Una pioggia di cenere finissima, depositata per uno spessore di circa 6 m, aderì alle forme dei corpi e alle pieghe delle vesti e avvolse ogni cosa. E quando, dopo due giorni, la furia degli elementi si placò, l'intera area aveva un aspetto diverso: una coltre bianca avvolgeva tutto; il fiume Sarno stentava a ritrovare il suo corso, invaso dai detriti vulcanici; e la costa, sommersa dal materiale eruttato dal Vesuvio, aveva guadagnato spazio al mare! L'area della città fu interdetta al passaggio, per salvaguardare le proprietà degli scampati, ma scavatori clandestini cercarono comunque di saccheggiarla: per lungo tempo la presenza umana fu rara e marginale, e solo con l'imperatore Adriano, intorno al 120 d.C., fu ripristinato almeno l'assetto viario nella zona.

                                                        CASA DEGLI AMORINI DORATI

Gli scavi ebbero inizio nel 1748, durante il regno di Carlo di Borbone, Re delle Due Sicilie, con l'intento prevalente di conferire prestigio alla casa reale.
Si procedette in modo discontinuo e in punti diversi dell'area, che solo dopo qualche anno fu identificata come Pompei, senza un piano sistematico. Furono così riportati alla luce parte della necropoli fuori porta Ercolano, il tempio di Iside, parte del quartiere dei teatri.
Il periodo di occupazione francese, all'inizio del 1800, vide un incremento degli scavi, che venne poi spegnendosi con il ritorno dei Borbone. Si lavorò nella zona dell'anfiteatro e del Foro e ancora in quella di porta Ercolano e dei teatri. Grande eco suscitò la scoperta della casa del Fauno, con il grande mosaico raffigurante la battaglia di Alessandro.
Dopo l'unità d'Italia e la nomina di Giuseppe Fiorelli alla direzione degli scavi (1861) si ebbe una svolta nel metodo di lavoro. Si cercò di collegare i nuclei già messi in luce e di procedere in modo sistematico, di tenere resoconti di scavo più dettagliati, di lasciare sul posto i dipinti (precedentemente venivano staccati e portati al museo di Napoli). Fu anche introdotto il metodo dei calchi in gesso, che consentì di recuperare l'immagine delle vittime dell'eruzione. All'inizio del nostro secolo, l'esplorazione venne estendendosi, seguendo le direttrici costituite dalle strade, verso la parte orientale della città, ponendo sempre più attenzione anche alle tracce lasciate dal piano superiore delle case.
Si giunge così al lungo periodo (1924 - 1961) segnato da Amedeo Maiuri. Nella sua intensa attività, oltre alla scoperta di edifici di grande prestigio (valga per tutti la Villa dei Misteri) è da segnalare il completamento della delimitazione della città, lo scavo di ampia parte delle regioni I e II e della necropoli di porta Nocera, l'inizio metodico dell'esplorazione degli strati sottostanti al livello del 79 d.C., alla ricerca delle fasi più antiche di Pompei.
In questi ultimi decenni, l'attività di scavo si è progressivamente ridotta, ritenendo opportuno concentrare le poche risorse disponibili (largamente insufficienti anche per questo solo compito) sul restauro e sulla manutenzione degli edifici già portati alla luce.

                                                                        

                                     

                                                                                 VASO D´ARGENTO TROVATO A POMPEI

Nel corso del 2003 è stato attivato un progetto di ricerca, iniziato con il rilievo architettonico e ambientale dei Fori Civili di Pompei con l’utilizzo della tecnologia laser scanner 3D integrata con stazione totale e GPS per la georeferenziazione, finalizzato alla realizzazione di una banca dati tridimensionale e al restauro ed alla protezione delle pitture murali presenti lungo via dell' Abbondanza (Regio IX, Insulae 7 e 11).
A partire dalla banca dati tridimensionale sarà possibile risalire alle dimensioni dei singoli elementi dell’area archeologica ed estrarre piante, sezioni e prospetti delle zone rilevate; basti pensare che, attraverso il laser scanner, sono stati raccolti complessivamente 226.945.054 punti ottenendo, a seconda delle zone, una densità di punti con una griglia di 1x1cm o di 5x5 cm.


 

IMMAGINE DEL MODELLO 3D DELLA BASILICA VISTA DAL FORO

  

STORIA DEL TANGO

STORIA DEL TANGO

Il problema relativo alla derivazione del nome tango non è soltanto di interesse etimologico. Siccome le ipotesi sono tante, lo stabilire con certezza da dove derivi tale termine, aiuta ad orientarsi nella costruzione della storia delle origini di questo ballo misterioso. Josè Gobello, che ha affrontato il caso in tutti i suoi aspetti più reconditi, ha scritto un intero capitolo sull'argomento: Tango, vocablo controvertido, pubblicato in  Historia del tango,  senza poter garantire, come il titolo denuncia, una conclusione universalmente accettabile.

Dall'analisi della molteplicità delle fonti oggi disponibili a livello mondiale, ho ricavato un elenco di ipotesi che di seguito espongo. 

          TANGO:

  • Deriva dal termine francese tangage che significa beccheggio. In tale ipotesi, si paragona al movimento oscillatorio delle imbarcazioni una iniziale figura caratteristica del ballo consistente in una specie di dondolio. 

  • Deriva dal verbo latino tangere che significa toccare. Il riferimento, in tale ipotesi, è allo stretto contatto dei partners.

  • E' un termine di origine giapponese che corrisponde ad una città nipponica e ad una festa che in quella città si svolgeva. Il termine sarebbe stato mutuato dalla lingua parlata dalle comunità giapponesi trasferitesi a Cuba alla fine del XIX secolo.

  • E' un termine spagnolo che significa ossicino.

  • Deriva da fandango, una danza andalusa di provenienza araba. Il fandango si diffuse in Spagna durante il secolo XVIII e da qui fu portato in Argentina.

  • Deriva da tango flamenco (tanguillo) che si sviluppò in Spagna alla fine del XIX secolo e si incanalò in un duplice filone:

    • il tango gitano che esasperò le figure femminili ad aperto contenuto sessuale, suscitando scandalo. I partners ballavano a distanza; ma la dama assumeva atteggiamenti sensuali molto provocatori;

    • il tango delle scuole, che fu limato e reso compatibile con i costumi dominanti.

  • Deriva da tangos, nome dato ai locali che rappresentavano i ritrovi dei neri e degli immigrati in genere; molte feste di neri si svolgevano in case private: tali case stesse erano chiamate tangos.

  • Deriva dal termine africano tambo che significa tamburo. 

  • Deriva da tangano, nome di un ballo che gli schiavi negri portarono in Argentina.

Le fonti letterarie sono diverse e significative. A volte convalidano (in maniera più o meno convincente) alcune delle suddette ipotesi; altre volte aprono scenari ancora più suggestivi:

  • Il Diccionario de la Real Academia Espanola, del 1803, riporta che il termine tango esiste dal 1836 col significato di ossicino.

  • Horacio Salas non ha dubbi sulla derivazione portoghese del termine.

  • Secondo Enrico Corominas tango indica genericamente una danza argentina. Nel suo Diccionario etimologico afferma che il termine tango, inizialmente indicava una danza dell'isola Fer, e dopo è stato introdotto nelle Americhe con due significati paralleli: 

    • "Riunione di neri per ballare al suono del tamburo";

    • "Nome del tamburo stesso".

  • L'ipotesi della derivazione da tambo è sostenuta sia dal sociologo uruguaiano Daniel Vidart (Teoria del Tango, Montevideo, Ed. de la Banda oriental, 1964) che da Blas Matamoro. Vidart non esclude la derivazione da tangir, tocar, nel significato di suonare uno strumento. Per Blas Matamoro (La ciudad del tango, Buenos Aires, Galerna, 1959) tango e tambo sono onomatopee: nelle feste nere era immancabile la presenza del candombe, uno strumento a percussione fondamentale per qualsiasi tipo di danza.  

  • Lydia Cabrera, studiosa di religioni caraibiche, ha inserito nel suo Vocabolario Congo il termine tango col significato di sole.

  • Fernando Ortiz sostiene che tangos è parola di derivazione cubana, ed è legata ad una tradizione tipica dell'Avana, le cui tracce portano alla fine dell'Ottocento: durante la festa dei Re Magi, gruppi di uomini mascherati da diavoli correvano e ballavano per le strade al suono di strumenti primitivi.  

  • Carlos Vega, che è uno dei più grandi studiosi di folklore latino-americano, ha trovato:

    • in Messico le tracce di un ballo chiamato tango, risalente al XVIII secolo;

    • in Argentina un tango andaluso con caratteristiche zigane, già presente nel 1880. 

    Egli esclude in ogni caso, nella formazione di tale danza, elementi di origine nera.

  • Meri Lao suggerisce l'ipotesi che "il termine tango designasse  il porto dell'Africa dove i trafficanti raccoglievano i cosiddetti 'pezzi d'ebano', e anche il posto in terra americana dove li vendevano." (lao MERI,  T come Tango, Roma, Elle U Multimedia, 2001). 

  • E' il caso inoltre di ricordare che il rapporto fra tango flamenco e tango è stato oggetto di uno studio approfondito da parte del francese Jacque Bense, il quale ha ricostruito il percorso completo, durato alcuni secoli, dei balli che si possono considerare antenati del tango (Les Danses en vogue). L'Autore sostiene che il tango flamenco (spagnolo) già esisteva nel XV secolo: lo avevano portato i Mori nelle regioni del Sud. Trattandosi di un ballo equivoco e moralmente scomodo, fu osteggiato quasi ovunque. Nelle regioni del Nord della Spagna fu addirittura abolito con provvedimenti ufficiali di divieto. Fuori dalla ufficialità, la danza sopravvisse nelle abitudini di gruppi appartenenti agli strati sociali più poveri e presso alcune comunità di gitani che si spostavano da una località all'altra. Quando molte famiglie gitane si trasferirono in Centro America in cerca di fortuna, il tango flamenco mise nuove radici a Cuba e dintorni. Mescolato a motivi ed elementi africani, diede origine all'habanera cubana che, come tutti sanno, è la madre diretta del tango argentino. Gli 'scandalosi' intrecci di gambe, tanto per fare un esempio, sono passi di habanera... e il tango li ha esaltati.

 

  IL RITMO

Il ritmo è di derivazione negra. Più precisamente, prende le mosse dalla habanera cubana, a sua volta emanazione di motivi africani portati dagli schiavi in America Latina nel XVIII secolo (fatta salva la ipotesi di ricostruzione del citato Jacque Bense). 

L'habanera nasceva come piattaforma musicale e basta. Raggiunse la forma compiuta del classico brano con testo, attraverso l'incontro e la fusione con la payada, che era un canto poetico caro alle genti delle campagne. Habanera più payada generarono la milonga (che fu anche una danza): un canto malinconico e triste che raccontava le difficoltà della vita e le pene d'amore della povera gente, al suono di chitarra, flauto e violino. La milonga rappresentò a tutti gli effetti la matrice del tango. Non a caso, fino al 1910, il tango fu chiamato milonga con cortes. Per completezza di informazione, devo ricordare che secondo Leòn Benaros (El tango los lugares y casas de baile, in Historia del tango, Buenos Aires, Corregidor, 1977) il termine milonga designava la prostituta.

Vicente Rossi nel libro Cosas de Negros (1926) ricostruisce un duplice rapporto di filiazione diretta: il candombe genera la milonga; e la milonga genera il tango. Il candombe è stato creato dai neri di Montevideo.

Il genere tango fu presto assimilato dagli immigrati europei che ne colsero la profondità ed una sorta di bellezza malinconica, legata al senso delle cose perdute. La sua musica sembrava il sottofondo più idoneo a segnare il ritmo della emarginazione e della sconfitta. 

Inizialmente la musica del tango fu scritta in 2/4 ed il ritmo era abbastanza veloce. Successivamente fu scritta in 4/8 e 4/4. Man mano che prese piede l'abitudine di aggiungere il testo alla musica, il ritmo fu rallentato. 

A partire dal 1917, l'uso del tango cantato fu generalizzato. In quell'anno, Carlos Gardel  presentò in un teatro di Buenos Aires il brano "Mi noche triste". Il successo fu strepitoso. Già nel 1915, in verità, era stato composto da Rodriguez il famoso pezzo "La cumparsita". Ma fu sempre Carlos Gardel a lanciarlo, dopo che diventò celebre, assieme ai classici "Choclo" di Villoldo e "Caminito" di Filiberto. Nei pochi anni della sua carriera, Carlos Gardel portò il tango in giro per il mondo: in tutta l'America e in tutta l'Europa, prima come cantante e dopo come attore. Si racconta che quando morì, nel 1935, a soli 45 anni (in un incidente aereo), molte donne in Argentina si suicidarono per aver perso il loro idolo.

 

La svolta di ASTOR PIAZZOLLA

Dopo la morte di Carlos Gardel, assieme al mito del personaggio, crebbe l'amore per il tango. Dal 1940 in poi, a parte la pausa bellica, si assistette ad un crescente interesse per il tango, anche dal punto di vista artistico-musicale. In Argentina molte scuole e molte orchestre proposero varianti stilistiche che influivano direttamente sul piano del ritmo. Alcuni musicisti tornarono ad un tango più veloce e più vicino a quello delle origini, riproponendo un tempo di 2/4. 

Il più grande compositore degli ultimi decenni è stato Astor Piazzolla (1921-1992). Egli si affermò negli anni settanta con Libertango, oggi riproposto in decine di versioni raffinate, da grandissime orchestre. L'originalità di Piazzolla consiste nell'aver introdotto elementi jazz nella piattaforma tango, col risultato di tirarne fuori un prodotto musicale di altissima qualità, degno di essere classificato come musica classica. A tal fine egli ha utilizzato egregiamente chitarra elettrica e xilofono. Il tango di Piazzolla non si balla, date le alterazioni ritmiche e i giochi di sovrapposizione di più melodie. Ma quando lo si ascolta, viene voglia di volare!

 

MILAGRO DE LA SANGRE DE SAN GENARO

MILAGRO DE LA SANGRE DE SAN GENARO

San Jenaro
muere aprox. 305 A.D.
Obispo de Benevento, Mártir, Patrón de Nápoles
Fiesta: 19 de septiembre

Historia de San Jenaro

San Jenaro, patrón de Nápoles, es famoso por el milagro que generalmente ocurre cada año desde hace siglos, el día de su fiesta, el 19 de septiembre. Su sangre, se licúa ante la presencia de todos los testigos que deseen asistir.  (Mas sobre este milagro en la segunda parte de esta página)

Nápoles y Benevento (donde fue obispo) se disputan el nacimiento de San Jenaro y Benevento.

Durante la persecución de Dioclesiano, fueron detenidos en Pozzuoli, por orden del gobernador de Campania, Sosso, diácono de Miseno, Próculo, diácono de Pozzuoli, y los laicos Euticio y Acucio. El delito era haber públicamente confesado su fe.

Cuando San Jenaro tuvo noticias de que su amigo Sosso y sus compañeros habían caído en manos de los perseguidores, decidió ir a visitarlos y a darles consuelo y aliento en la prisión. Como era de esperarse, sus visitas no pasaron inadvertidas y los carceleros dieron cuenta a sus superiores de que un hombre de Benevento iba con frecuencia a hablar con los cristianos. El gobernador mandó que le aprehendieran y lo llevaran a su presencia.  El obispo Jenaro, Festo, su diácono y Desiderio, un lector de su iglesia, fueron detenidos dos días más tarde y conducidos a Nola, donde se hallaba el gobernador.

Los tres soportaron con entereza los interrogatorios y las torturas a que fueron sometidos. Poco tiempo después el gobernador se trasladó a Pozzuoli y los tres confesores, cargado con pesadas cadenas, fueron forzados a caminar delante de su carro.   En Pozzuoli fueron arrojados a la misma prisión en que se hallaban sus cuatro amigos. Estos últimos habían sido echados a las fieras un día antes de la llegada de San Jenaro y sus dos compañeros, pero las bestias no los atacaron. Condenaron entonces a todo el grupo a ser echados a las fieras. Los siete condenados fueron conducidos a la arena del anfiteatro y, para decepción del público, las fieras hambrientas y provocadas no hicieron otra cosa que rugir mansamente, sin acercarse siquiera a sus presuntas víctimas.

El pueblo, arrastrado y cegado por las pasiones que se alimentan de la violencia, imputó a la magia la mansedumbre de las fieras ante los cristianos y a gritos pedía que los mataran. Ahí mismo los siete confesores fueron condenados a morir decapitados. La sentencia se ejecutó cerca de Pozzuoli, y en el mismo sitio fueron enterrados.

Los cristianos de Nápoles obtuvieron las reliquias de San Jenaro que, en el siglo quinto, fueron trasladadas desde la pequeña iglesia de San Jenaro, vecina a la Solfatara, donde se hallaban sepultadas. Durante las guerras de los normandos, los restos del santo fueron llevados a Benevento y, poco después, al monasterio del Monte Vergine, pero en 1497, se trasladaron con toda solemnidad a Nápoles que, desde entonces, honra y venera a San Jenaro como su patrono principal.

Muchos se cuestionan la autenticidad de los hechos arriba mencionados y de la misma reliquia porque no hay registros sobre el culto a San Jenaro anteriores al año 431.   Pero es significante que ya en esa época el sacerdote Uranio relata sobre el obispo Jenaro en términos que indican claramente que le consideraba como a un santo reconocido. Los frescos pintados en el siglo quinto en la "catacumba de san Jenaro", en Nápoles, lo representan con una aureola. En los calendarios más antiguos del oriente y el occidente figura su nombre.

El milagro permanente

Mientras que muchos se cuestionan sobre la historicidad de San Jenaro, nadie se puede explicar el milagro permanente que ocurre con la reliquia del santo que se conserva en la Capilla del Tesoro de la Iglesia Catedral de Nápoles, Italia. Se trata de un suceso maravilloso que ocurre periódicamente desde hace cuatrocientos años.  La sangre del santo experimenta la licuefacción (se hace líquida).

La reliquia es una masa sólida de color oscuro que llena hasta la mitad un recipiente de cristal sostenido por un relicario de metal. En varias ocasiones durante el año, relacionadas con el santo: la traslación de los restos a Nápoles, (el sábado anterior al primer domingo de Mayo); la fiesta del santo (19 de septiembre) y el aniversario de su intervención para evitar los efectos de una erupción del Vesubio en 1631 (16 de diciembre), un sacerdote expone la famosa reliquia sobre el altar, frente a la urna que contiene la cabeza de san Jenaro.

Los fieles llenan la iglesia en esas fechas. Es de notar entre ellos un grupo de mujeres pobres conocidas como zie di San Gennaro (tías de San Jenaro). En un lapso de tiempo que varía por lo general entre los dos minutos y una hora, el sacerdote agita el relicario, lo vuelve cabeza abajo y la masa que era negra, sólida, seca y que se adheria al fondo del frasco, se desprende y se mueve, se torna líquida y adquiere un color rojizo, a veces burbujea y siempre aumenta de volumen.  Todo ocurre a la vista de los visitantes. Algunos de ellos pueden observar el milagro a menos de un metro de distancia. Entonces el sacerdote anuncia con toda solemnidad: "¡Ha ocurrido el milagro!", se agita un pañuelo blanco desde el altar y se canta el Te Deum. Entonces la reliquia es venerada por el clero y la congregación.

El milagro ha sido minuciosamente examinado por personas de opiniones opuestas. Se han ofrecido muchas explicaciones, pero basado en las rigurosas investigaciones, se puede afirmar que no se trata de ningún truco y que tampoco hay, hasta ahora, alguna explicación racionalista satisfactoria. En la actualidad ningún investigador honesto con experiencia, por racionalista que sea, se atreve a decir que no sucede lo que de hecho ocurre a la vista de todos. Sin embargo, antes de que un milagro sea reconocido con absoluta certeza, deben agotarse todas las explicaciones naturales, y todas las interrogantes deben tener su respuesta. Es por eso que la Iglesia no se opone a la investigación.

Fruto de las investigaciones.

Entre los elementos positivamente ciertos en relación con esta reliquia, figuran los siguientes:

1 -La substancia oscura que se dice ser la sangre de San Jenaro (la que, desde hace más de 300 años permanece herméticamente encerrada dentro del recipiente de cristal que está sujeta y sellada por el armazón metálico del relicario) no ocupa siempre el mismo volumen dentro del recipiente que la contiene. Algunas veces, la masa dura y negra ha llenado casi por completo el recipiente y, en otras ocasiones, ha dejado vacío un espacio equivalente a más de una tercera parte de su tamaño.

2 -Al mismo tiempo que se produce esta variación en el volumen, se registra una variante en el peso que, en los últimos años, ha sido verificada en una balanza rigurosamente precisa. Entre el peso máximo y el mínimo se ha llegado a registrar una diferencia de hasta 27 gramos.

3 -El tiempo más o menos rápido en que se produce la licuefacción, no parece estar vinculado con la temperatura ambiente. Hubo ocasiones en que la atmósfera tenía una temperatura media de más de 30º centígrados y transcurrieron dos horas antes de que se observaran signos de licuefacción. Por otra parte, en temperaturas de 5º a 8º centígrados más bajas, la completa licuefacción se produjo en un lapso de 10 a 15 minutos.

4 -No siempre tiene lugar la licuefacción de la misma manera. Se han registrado casos en que el contenido líquido burbujea, se agita y adquiere un color carmesí muy vivo, en otras oportunidades, su color es opaco y su consistencia pastosa.

Aunque no se ha podido descubrir razón natural para el fenómeno, la Iglesia no descarta que pueda haberlo.  La Iglesia no se opone a la investigación porque ella busca la verdad.  La fe católica enseña que Dios es todopoderoso y que todo cuanto existe es fruto de su creación.  Pero la Iglesia es cuidadosa en determinar si un particular fenómeno es, en efecto, de origen sobrenatural . 

La Iglesia pide prudencia para no asentir ni rechazar prematuramente los fenómenos. Reconoce la competencia de la ciencia para hacer investigación en la búsqueda de la verdad, cuenta con el conocimiento de los expertos.

Una vez que la investigación establece la certeza de un milagro fuera de toda duda posible, da motivo para animar nuestra fe e invitarnos a la alabanza.  En el caso de los santos, el milagro también tienen por fin exaltar la gloria de Dios que nos da pruebas de su elección y las maravillas que El hace en los humildes.

                                                                                         inf. Acta Sanctorum, sept. vol VI                           

                                                                                                                                                                                           Butler, Vida de los Santos       

IL TRENO DELLE NUVOLE - SALTA (ARGENTINA)

IL TRENO DELLE NUVOLE -  SALTA  (ARGENTINA)

 

A Salta fa capo la ferrovia proveniente da Antofagasta (Cile) che attraversa un percorso reso durissimo dalle montagne e dalle alte quote. Chiamata "Tren de las nubes", treno delle nuvole, questa linea ferroviaria è lunga oltre 200 km e collega Salta con la cittadina di frontiera  di San Antonio de los Cobres, prosegue quindi fino al viadotto La Polvorilla, ad una quota di 4.200 metri.

Il sogno di unire il Nord dell’Argentina con il Cile con una linea ferroviaria che valicasse le Ande produsse studi e progettazioni fin dal 1889 , ma solamente nel 1920 iniziò la costruzione ad opera dell’ingegnere Ricardo Maury.
La linea fu inaugurata nella sua totalità nel 1948, ma solamente nel 1972 iniziò la prima timida corsa del treno turistico che divenne un servizio regolare solo a partire da 12 ottobre 1978. Nel 1991 venne privatizzata
.

                             

Il tragitto del "Treno alle nuvole" parte della città di Salta a 1187 mt sul livello del mare , raggiunge la massima altitudine sul viadotto della " Polvorilla" a 4220 mt sul livello del mare, giunge fino a Socompa nel nordest argentino e prosegue sino al porto cileno di Antofagasta sull’Oceano Pacifico.
Il tragitto argentino è lungo 219 Km e le partenze sono previste per le 7:05 del mattino con ritorno alle 22:00 , per una durata complessiva di 15 ore.
Il treno è formato da un numero variabile di carrozze da 7 a10, include una carrozza ristorante e una carrozza bar.
Sul percorso 1.400 curve, 13 viadotti, 31 ponti e 21 tunnel.
Sul suo cammino, attraversa un paesaggio montagnoso , affascinante e ricco di colori.

Una volta raggiunto lo spettacolre viadotto della Polvorilla a 4220 mt , ai viaggiatori è permesso scendere dal treno per ammirare la meraviglia del paesaggio.

ANNA TATANGELO, UNA RAGAZZA DI PERIFERIA CHE VUOLE ESSERE UNA DONNA

ANNA TATANGELO, UNA RAGAZZA DI PERIFERIA CHE VUOLE ESSERE UNA DONNA

Anna Tatangelo (nata a Sora, FR, il 9 gennaio 1987) è una cantante e conduttrice televisiva italiana.

Vince il Festival di Sanremo nel 2002, a soli 15 anni, nella categoria Nuove Proposte con Doppiamente fragili scritta da Marco Del Freo e David Marchetti. Data la giovanissima età, la casa discografica preferisce non pubblicare subito un album.

Sempre nel 2002 Anna duetta con Gigi D'Alessio con Un nuovo bacio.

Quell'anno Anna comincia a collaborare con Video Italia, il canale satellitare che fa parte del gruppo di Radio Italia Solomusicaitaliana, presentando la trasmissione Playlist Italia in cui lei annuncia dei videoclip musicali.

Torna a Sanremo nel 2003 con Volere volare in coppia con Federico Stragà, canzone che però non va al di là di un deludente diciottesimo posto.

Nell'autunno dello stesso anno esce il primo album di Anna Attimo x attimo, un album decisamente conformista, dal sapore pop, dove non si trovano molti spunti critici ma che comunque lascia già intravvedere le qualità vocali di Anna, senza dimenticare che quell'anno Anna aveva solo sedici anni. All'interno dell'album, se vogliamo una canzone che dimostra maturità, eleganza e raffinatezza è sicuramente la latinissima El paso pobre.

Nel 2004 Anna duetta ancora con Gigi D'Alessio nel brano Il mondo è mio, colonna sonora del film di animazione Aladdin.

Nel 2005 Anna torna a Sanremo con Ragazza di periferia scritta da Gigi D'Alessio con Vincenzo D'Agostino e Adriano Pennino]. Contestualmente al Festival esce il suo secondo album anch'esso chiamato Ragazza di periferia. Nell'album si denota abbastanza la crescita di Anna rispetto all'album precedente. Soprattutto sono da apprezzare i brani O te o me (un brano dove Anna dimostra di avere il talento di cantare anche pezzi decisamente rock e non solo brani melodici), Pensiero stupendo (una canzone dal ritmo molto incalzante e dal sapore leggermente latino), Qualcosa di te (dove si sente la mano del bassista Cesare Chiodo che ha composto la musica della canzone) e infine Dimmi dimmi (una bellissima ballata anch'essa composta da Gigi D'Alessio). Nessuno di questi tre pezzi è stato scelto come secondo singolo dopo "Ragazza di periferia", essendo la scelta caduta su Quando due si lasciano.

Nel 2006, per la quarta volta in cinque anni, Anna partecipa ancora al Festival di Sanremo dove vince nella categoria donne con la canzone Essere una donna (testo di Mogol, musica di Gigi D'Alessio), cosa che le permette di partecipare alla votazione finale. Questo brano è decisamente più energico rispetto agli altri portati da Anna a Sanremo, anche se il testo non è all'altezza del suo autore e la melodia sembra più cucita sullo stesso Gigi D'Alessio che su Anna. Comunque non si può negare che la canzone costituisce un passo avanti rispetto al passato. Sul palco del Teatro Ariston Anna si è dimostrata più decisa e sicura di sé durante le performance canore e non è sembrata per nulla imbarazzata anche durante l'ultima sera della kermesse, dove ha mostrato tutta la propria bellezza da dea indossando un abito mozzafiato. Inoltre, proprio a pochi giorni dal festival, esce la ripubblicazione del suo album Ragazza di periferia, con la canzone sanremese e l'inedito Colpo di fulmine.

Per il resto del 2006 è previsto il lancio della musica di Anna in Francia e in Sudamerica e l'uscita del nuovo album di inediti nel mese di giugno nel nostro paese.

Nonostante l'indiscutibile talento di Anna, finora la sua carriera non è mai decollata e non si può negare che la fortuna l'ha decisamente aiutata a non finire nell'anonimato. I motivi per il mancato decollo della carriera di Anna vanno ricercati dapprima nel panorama musicale italiano, tendenzialmente misogino, nel senso che le donne hanno molte più difficoltà degli uomini ad emergere. C'è anche da considerare l'esordio troppo precoce, dato che in Italia prendere sul serio artisti troppo giovani è impossibile, al contrario di altri paesi dove questo pregiudizio si dissolve quando ci si trova di fronte ad artisti di valore. Detto questo, sapendo che le cose in Italia vanno così, l'entourage di Anna ha sicuramente la colpa di averla fatta esordire troppo giovane e ha anche la colpa di averle un po' "tarpato le ali", ossia di aver voluto creare su di lei un'immagine non completamente corrispondente alla sua personalità, facendo sempre uscire singoli di genere pop melodico (su cui sicuramente Anna esprime tutto il suo talento), evitando di pubblicizzare pezzi dall'andamento più sostenuto che probabilmente offrono un'appetibilità maggiore per i giovani d'oggi. Alcune responsabilità riconducono però alla stessa Anna, la quale, almeno fino a Sanremo 2006, non aveva mostrato un grande carisma e mordente (anche se, appunto, la sua giovane età agli esordi rendeva difficile la dimostrazione di queste qualità).

Tuttavia i brani Essere una donna in parte, nonostante le considerazioni già fatte, e soprattutto Colpo di fulmine compresi nella ripubblicazione dell'album Ragazza di periferia a inizio 2006, lasciano intravvedere un cambio di rotta da giudicare molto positivamente.

                  

                                Cover del suo secondo album "Ragazza Di Periferia"

                                                                                                      inf. Wikipedia

LA PROPOSTA INDECENTE DI CICCIOLINA

LA PROPOSTA INDECENTE DI CICCIOLINA

La famosa pornostar ungherese ha affermato che è pronta a concedersi a Bin Laden in cambio della fine della sua tirannia

BUCAREST - La ricerca della pace nel mondo è sempre stata una delle sue massime aspirazioni tanto che fu uno dei suoi cavalli di battaglia, insieme alla liberalizzazione sessuale, che le consentì di diventare deputato del Parlamento italiano nel 1986. Adesso però, Ilona Staller, alias Cicciolina, ha deciso che bisogna tentare il tutto per tutto: in una trasmissione su una tv romena la più famosa pornostar degli anni Ottanta ha detto che è arrivato il momento di mettere fine al pericolo del terrorismo e ha dichiarato che potrebbe essere proprio una donna a restituire la pace e la serenità al mondo.

PATTO - «Sono pronta a fare un patto», ha dichiarato la cinquantacinquenne ex pornostar. «Bin Laden può avere me e il mio corpo in cambio della fine della sua tirannia. Il mio seno ha sempre solo aiutato le persone mentre Bin Laden ha ucciso migliaia di vittime innocenti». La donna, quindi ha sottolineato che si concederebbe all'uomo più ricercato del mondo solo in cambio della fine dei conflitti nel mondo e del terrorismo internazionale. Cicciolina però non ha specificato per quanto tempo Bin Laden potrebbe beneficiare della sue grazie, ovvero se questo scambio durerebbe tutta la vita.
GESTO - Gli analisti però, pur apprezzando il gesto «eroico» della pacifista, credono che non darà frutti. Già nel 1990 l'attrice si era dichiarata pronta a sacrificare il suo corpo e la sua libertà in cambio della pace. Ai tempi la minaccia era Saddam Hussein e il mondo viveva il terrore della guerra in Kuwait. La Staller anche in quell'occasione dichiarò «di essere pronta a sacrificarsi per evitare la guerra». Considerando il destino dell'ex despota di Baghdad probabilmente sarebbe stato meglio per lui scegliere i piaceri offerti dalla Staller, così avrebbe evitato le prigioni americane.
                                                                                                                inf. Corriere della Sera