Blogia

COL CUORE IN ITALIA

CAPRI... UN PANORAMA DI ASSOLUTA BELLEZZA

                                                                         Capri vista dal Monte Solaro

                                                                                                       Grotta Azzurra

                                                                                      La  Piazzetta

                                                                                     Il  Porto

                                                                                          I  Faraglioni

NAPOLITANO É IL NUOVO CAPO DELLO STATO ITALIANO

NAPOLITANO É IL NUOVO CAPO  DELLO STATO ITALIANO

Superata la soglia di 505 voti, raggiunta quota 543. Scrutinio decisivo dopo le due giornate di trattative tra Unione e Cdl.

ROMA (10 maggio 2006) - Giorgio Napolitano (nella foto assieme Carlo Ciampi) è il nuovo Capo dello Stato, l'undicesimo nella storia della Repubblica italiana. Succede a Carlo Azeglio Ciampi, eletto nel 1999 e giunto al termine del suo settennato. Il voto decisivo è arrivato alla quarta votazione, dopo due giorni spesi in ipotesi di trattativa tra la maggioranza dell'Unione e l'opposizione. Pochi minuti prima delle 13 un lungo applauso di tutti i grandi elettori ha segnato il momento decisivo, quello del superamento della soglia di voti richiesta. Il voto al quarto scrutinio, con maggioranza assoluta (dopo i tre con maggioranza qualificata dei due terzi), poneva la soglia a 505 voti e Napolitano l'ha superata, raggiungendo quota 543.
IL RINGRAZIAMENTO - «Un grazie a tutti voi»: sono state queste le prime parole del nuovo capo dello Stato, pronunciate a Palazzo Giustiniani dove il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, gli ha letto il verbale di proclamazione. Bertinotti era affiancato dal presidente del Senato, Franco Marini. «Le porgo il saluto deferente di tutto il parlamento- ha detto Bertinotti- con l'augurio di buon lavoro nell'interesse del paese e delle sue istituzioni». Il giuramento del nuovo Capo dello Stato è previsto per lunedì prossimo alle 17. Due ore prima, alle 15, Carlo Azeglio Ciampi formalizzerà le sue dimissioni.
APPREZZAMENTO - L'elezione di Napolitano è stata in ogni caso molto tormentata. Nonostante pareri discordi da parte soprattutto dell'Udc, la Cdl ha infine deciso di votare scheda bianca anche al quarto scrutinio, con l'eccezione di Follini, ex segretario Udc (che in un'intervista al Corriere ha dichiarato il proprio voto per Napolitano) e della Lega che ha votato il proprio leader Umberto Bossi. Non si è avuta quindi quella larga maggioranza che veniva auspicata. Ma d'altra parte anche dal centrodestra sono venuti molte esplicite dichiarazioni di apprezzamento per Giorgio Napolitano, tali da far pensare che la divisione degli schieramenti sul suo nome sia molto più formale che sostanziale. Come hanno dimostrato i lunghi applausi in aula, è opinione diffusa che la sua presidenza sia considerata una garanzia istituzionale da tutto il Parlamento. Fuori dall'ingresso di Montecitorio una piccola folla è rimasta in attesa del risultato fino al termine dello scrutinio. La proclamazione da parte del presidente della camera è avvenuta intorno alle 13,15. «Il nostro augurio più intenso al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano».
L'ATTESA - La giornata di Napolitano era cominciata presto. Da quando il voto dell'Unione su di lui è diventato ufficiale, i giornalisti non hanno smesso di inseguirlo, di porgli domande sulle sue attese, sulla situazione, sulle prospettive. E Napolitano non si è sottratto alla naturale, curiosità espressa nei suoi confronti, leader migliorista spesso in minoranza nel Pci, ora diventato un simbolo istituzionale della sinistrA. Anche nel giorno del voto decisivo i cronisti lo seguono fin dal mattino, all'uscita dall'abitazione in centro a Roma. Gli chiedono se questo sia il giorno più importante della sua vita. «Se si considera la vita privata no, ce ne sono stati altri. Per la politica, certo...» è la risposta. Poi gli viene chiesto delle speranze, se «il buongiorno si vede dal mattino...», gli dicono. «Lo speriamo...» risponde con un sorriso. Napolitano, dopo aver deposto la scheda nell'urna tra i primi nella quarta votazione, come tutti i senatori a vita, ha scambiato una veloce stretta di mano con Giulio Andreotti e si è avviato verso l'uscita a sinistra dell'aula di Montecitorio, quella normalmente utilizzata dall'Unione. Prima di uscire, un abbraccio caloroso con Olga Di Serio D'Antona, la vedova del giurista assassinato dalle Br. Poi si è recato nel suo studio a Palazzo Giustiniani, dove ha atteso il completamento delle operazioni di voto e lo scrutinio.

GIURAMENTO E INCARICO - Giorgio Napolitano giura lunedì 15 maggio prossimo. È la previsione dell’Unione che considera la campagna elettorale in corso per le amministrative e la necessità di permettere ai leader politici di raggiungere i territori nel weekend. Per l’incarico di governo a Romano Prodi la previsione quindi è che potrebbe avvenire nei primi giorni della prossima settimana, presumibilmente mercoledì 17 maggio.
 
PROFILO DI GIORGIO NAPOLITANO-
Giorgio Napolitano, nato a Napoli il 29 giugno 1925, è il primo capo dello Stato proveniente dalle file del Pci, dopo una vita di intensa attività politica e di uomo delle istituzioni. È lui l'ultimo senatore a vita nominato da Carlo Azeglio Ciampi.
Napolitano fu eletto, giovanissimo, alla Camera, nel 1953, e da allora ha passato cinquant'anni nelle istituzioni fino a diventare presidente della Camera nel 1992 e ad assumere, nel 1996, la responsabilità del ministero dell'Interno nel governo Prodi. Un dirigente dell'ex Pci al Viminale era una novità assoluta, impensabile ai tempi della Prima Repubblica, ma non suscitò alcun scalpore, tanto quel nome era stimato anche dagli avversari. Non ebbe vita facile nel Pci per aver sempre assunto posizioni esplicitamente riformiste. Per lui fu coniato anche un neologismo, non proprio lusinghiero: «migliorista».

Allievo di Giorgio Amendola,
Napolitano è diventato, dopo la morte del suo maestro, il leader della corrente che puntava al dialogo con il Psi, per superare la frattura a sinistra, e ricercava alleanze con le grandi socialdemocrazie europee per rompere l' isolamento del più grande partito della sinistra.

Si è sempre più caratterizzato come il ministro degli Esteri di Botteghe Oscure, ricoprendo prima la carica di responsabile del settore internazionale del Pci e poi quella di ministro degli Esteri nel «governo ombra» ideato da Occhetto. Fu anche il primo dirigente comunista invitato negli Stati Uniti dove i circoli democratici mostrarono un certo interesse. Napolitano non poteva non essere uno dei più convinti sostenitori della svolta della «Bolognina», provocata dal crollo del muro di Berlino. Dopo la nascita del Pds ha lavorato con successo per un ingresso del nuovo partito nel Pse, e ha portato avanti l'idea di creare in Italia un grande partito socialista. Per questo non ha esitato a ricercare il dialogo con il Psi di Bettino Craxi anche nella fase di più acuta conflittualità tra Enrico Berlinguer e il leader socialista mantenendo un filo del dialogo.

Napolitano, peraltro, ha occupato la presidenza della Camera dal 1992 al 1994 con riconosciuto equilibrio, in anni burrascosi quando le inchieste di Tangentopoli terremotarono il mondo politico. Negli ultimi anni sono arrivati i riconoscimenti di tutto il suo partito per una vita spesa a battersi per il riformismo, accrescendo intanto la fama di uomo delle istituzioni per l'incarico alla Camera, al Viminale e, dal 1999 al 2004, di presidente della commissione Affari Costituzionali del Parlamento europeo. È stato Piero Fassino, che aveva accompagnato Napolitano a trattare con Willy Brandt l'ingresso del Pds nell'Internazionale socialista, a ringraziare «Re Umberto» il migliorista per quanto ha fatto per la sinistra italiana in cinquant'anni di impegno.

A Montecitorio Pier Ferdinando Casini ha organizzato una festa in suo onore alla presenza anche del Capo dello Stato e lo ha nominato presidente della neonata Fondazione della Camera. Una cerimonia che lo ha commosso, mettendo a dura prova il suo tradizionale aplomb un pò aristocratico. Ma Napolitano, pur avendo chiuso con la politica attiva dal febbraio 2004, quando non si è più ricandidato al Parlamento europeo, non ha smesso di far sentire la sua voce critica e il 15 luglio scorso al Consiglio Nazionale dei Ds ha firmato, insieme a Fabio Mussi e Cesare Salvi, un ordine del giorno in cui si invitava il partito a vigilare sulla moralità in politica criticando gli orientamenti di alcune regioni governate dal centrosinistra a moltiplicare gli incarichi. Quell'ordine del giorno unitario, mentre infuriava la polemica su Unipol, ha fatto molto rumore e l'anziano leader ha dimostrato di non sentirsi in pensione.
                                                                            inf. Corriere Della Sera

MANGO....SEMPRE AL RILANCIO DELLA LIRICA D´AMORE

                                         

Mango (Lagonegro, 6 novembre 1956) è un cantante italiano. Il suo vero nome è Giuseppe Mango.

Inizia la carriera nel 1976 con l'album La mia ragazza è un grande caldo.

1985 con le canzoni Oro e Il viaggio.

Nel 1986 è al Festival di Sanremo con Lei verrà.

Nel 1987 escono Dal cuore in poi e Bella d'estate. Seguono Tu sì, Sirtaki, Nella mia città (1990), Mediterraneo (1992), Dove vai (1995), Luce (1998) e La rondine (2002). Nel 2004 Mango col suo cd Ti porto in Africa arriva a una svolta.

Le sonorità tipicamente mediterranee vengono mescolate ad arrangiamenti rock e a nuove sonorità,segno che Mango è sempre alla ricerca di nuovi suoni e sempre aperto alle sperimentazioni musicali.

Nel 2005 arriva Ti amo così, dove nel brano "Il dicembre degli aranci" duetta con la sua compagna Laura Valente, ex voce dei Matia Bazar. Nel suddetto album reinterpreta con grande classe anche uno dei canti tipici napoletani "Io te vurrià vasà".

Mango ha al suo attivo 15 album di inediti e vanta tantissimi successi radiofonici.

Sempre aperto a nuove sperimentazioni, ricco di sfumature e virtuosismi vocali, le sue canzoni sono difficili da cantare visto le alte tonalità che riesce ad avere il cantante, che canta spesso in semifalsetto.

   

La sua è stata una conquista guadagnata nel tempo, è il tipico compositore latino che ha saputo dosare i propri dischi mantenendo sempre lo spirito originario della sua cultura.       

Il rilancio della lirica d’amore, l’impegno contro l’odio che soffoca il mondo e i suoi figli e la melodia. E’ “Ti amo così”, quindicesimo disco di inediti di Pino Mango. Anticipato dal singolo omonimo, l’album e' uscito il 18 novembre 2005 e ripropone un musicista che, oltre ad aver venduto più di 5 milioni di dischi in carriera, è ormai riconosciuto e stimato anche nell'ambiente colto e intransigente della musica classica, tanto da poter vantare di essere l'unico italiano invitato al Festival di Musica Contemporanea di Amsterdam, lo scorso anno.
Dodici brani caratterizzati dal lavoro di produzione e arrangiamento di Rocco Petruzzi, braccio destro e complice al 50% della realizzazione del disco, in cui Mango, anche autore dei testi, affronta l’ennesima curva a gomito del suo percorso artistico, caratterizzato dalla continua voglia di mettersi in gioco e di rischiare nuove soluzioni. A cominciare dal singolo che dà il titolo al disco “Ti amo così”: un 6/8 che è il manifesto dell’album, in bilico tra la poesia romantica di derivazione classica e la modernità del testo. Come è consuetudine per Mango, la composizione appare semplice ma nasconde complicate soluzioni armoniche con lo stesso Mango che accompagna la melodia con un canto caratterizzato da continue salite di tono fino a raggiungere l’apice nel semifalsetto che arricchisce l’inciso. L’ode d’amore, il testo ispirato al romanticismo più raffinato e fuori dalla banalità sono le costanti dei testi del disco: un sentimento che non sempre è fine a se stesso, come accade in “Solo d’amore”, canzone in cui l’amore si contrappone all’odio che caratterizza il mondo; una sorta di ninna nanna che parla del male assoluto e del tentativo, a volte disperato, di nascondere ai propri figli le bruttezze del mondo: “E’ tanto facile veder morire un uomo, tu non guardare, fai finta che...A volte i sogni son come le nuvole, si scontrano e piangono. A volte siamo come dei bambini soli, soli, che giocano per non capire, che amano far finta”. Una melodia in cui c’è spazio anche per i due figli di Mango che cantano nel coro “giro giro tondo”.
E a proposito di famiglia, non manca un duetto con Laura Valente, moglie di Mango e cantante, nel “Dicembre degli aranci”, un brano all’insegna dell’intimità che si può creare solo all’interno di una coppia che si conosce da molto tempo con un verso-simbolo del disco: “Ma l’amore è destino sui nostri incantesimi, tra popoli bisognosi di angeli, ma, allora, forse non ti ho detto “ti amo’ perchè son parte di te”. Tra i brani, spiccano anche “D’amore sei d’amore dai”, lento destinato a diventare un classico della discografia di Mango con un’ode all’amore per una donna e per la musica, il rock vibrante e chitarristico di “Piccolissima” e “Mio fiore mio”, “Di quanto stupore” con un testo sperimentale in un linguaggio che ondeggia tra reiterazioni e accelerazioni, la commistione latino-anglosassone alla Sting di “Così è la vita”, la ballata malinconica di “Tu non sai”, “Sempre”, tributo alla passione di Mango per il pop dei Beatles, e “I’ te vurria vasà”, evergreen della canzone napoletana che fa riscoprire, grazie alla nuova versione non da cartolina, l’assoluta modernità del brano composto da Russo e Di Capua, con la voce di Mango che vola su un arrangiamento scarno di soli archi e la seconda parte del pezzo che, in un ritmo ossessivo e ipnotico, sovverte totalmente la tradizione lanciando il messaggio del disco alle nuove generazioni: “Adesso è roba vostra, non abbiate paura di rischiare”.

                                                                 TI AMO COSÍ  (2005)

                                                  
Ti amo così
propensione ad appiglio dell'anima
ti amo così
sorprendente disegno d'altissimo
ti amo così... oh oh...

Perchè ti amo così
l'abitudine è un pò come il mare
e ti amo così
ne approfitta la mia solitudine
e adesso son qui
notte notte non abbracciarmi
resta resta limpida
E ti amo così
tra il fogliame la luna rischiarami
ti amo così
smetto d'essere ciò che pensavo
e ti amo così

Che ne sarà del mare
tra i mille baci e bei momenti
un nuovo cerchio nel cuore
forse ne morirò, non lo so
che ne sarà del mare
ch'è in me, in me

Perchè ti amo così
tra il maglione ed un fiotto del cuore
io ti amo così
se guardare un'inganno perdonami
adesso son qui
notte notte non abbracciarmi
resta resta limpida
e ti amo così
tra il fogliame la luna rischiarami
ti amo così
smetto d'essere cioò che pensavo
e ti amo così

Che ne sarà del mare
tra i mille baci e bei momenti
un nuovo cerchio nel cuore
forse ne morirò, non lo so
che ne sarà del mare
ch'è in me, in me

              

ANNA TATANGELO, NON RIEMPIA SOLO UNA MINIGONNA

ANNA TATANGELO,  NON RIEMPIA SOLO UNA MINIGONNA

 "Essere una donna non vuol dir riempire solo una minigonna" è stata sicuramente la rima più banale ma allo stesso tempo la più celebre di tutte le canzoni del 56° Festival di Sanremo : e la circostanza non è casuale poichè fin dalla prima edizione della rassegna canora sono stati sempre i brani più semplici ed immediati ad ammaliare il pubblico! Dopo la vittoria al Festival, Anna dicchiara:" Fin dall´inizio la mia canzone é stata abbastanza criticata dai giornalisti, avere il sostegno del publico é una bella medaglia. Ho cercato di cantare sempre allo stesso modo, con la stessa intenzione, dalla prima all´ultima serata. Ho solo cambiato il vestito...e non per catturare maliziosamente l´atenzione del pubblico maschile, altrimenti l´avrei fatto fin dalla prima sera."

Essere Una Donna è stata cantata da Anna Tatangelo , che ad onta dei suoi 19 anni è già una veterana del Festival in quanto vi ha già partecipato per ben 4 volte: la prima volta nel 2002, quando appena 15enne trionfò fra le Nuove Proposte.
Successivamente la sua carriera è passata sotto l'ala protettiva di Gigi D'Alessio , con il quale ha anche realizzato insieme un brano di successo (Un Nuovo Bacio), che l'ha indirizzata verso il genere melodico di cui lui è il maestro indiscusso. Una scelta che potrebbe far decollare definitivamente, anche all'estero, la carriera della brava e bella. Il 2006 si apre per lei con il debutto discografico in sudamerica (col album Ragazza Di Periferia), al quale si aggiunge quello sul mercato francese.

                                  

            Clicca per vedere la fotoClicca per vedere la fotoClicca per vedere la fotoClicca per vedere la foto

ESSERE UNA DONNA

Con quegli occhi attenti
carne spilli ardenti
mi frughi.
Come un lupo attendi
dentro l'anima discendi
indaghi sempre più.
Ti sembro quasi una farfalla
un giocattolo una palla
si da prendere.
Dimmi il tuo amore cosa vale
so che mi vedi come il miele
da mangiare tu
ma ti stai sbagliando sai
io non sono una ciliegia,
Essere una donna
non vuol dire riempire solo una minigonna
non vuol dire credere a chiunque se ti inganna.
Essere una donna è di più, di più, di più, di più
è sentirsi viva
è la gioia di amare e di sentirsi consolare
stringere un bambino forte, forte sopra il seno
con un vero uomo accanto a sé
Essere guardata
e a volte anche seguita
mi pesa.
Certi complimenti se son rozzi poi ti senti offesa.
Ti senti come una farfalla
un giocattolo, una palla
da prendere.
Ma non è amore poco vale
sentirsi come il miele
da mangiare no.
Ma ti stai sbagliando sai
sono davvero un'altra cosa.
Essere una donna
non vuol dire riempire solo una minigonna
non vuol dire credere a chiunque se ti inganna,
Essere una donna è di più, di più, di più, di più,
Io non cerco un'avventura
ma il compagno che vorrei
che tra un bacio e una risata
mi farà dimenticare
i problemi intorno a me,
Essere una donna
è vuol dire provare dentro veri sentimenti
e frenare il pianto e il dolore che tu senti
essere di più, molto di più.

LA BOCA: NOSTALGIA DI GENOVA A BUENOS AIRES

                        

Cosí scriveva, nel 1930, de Souza Reilly a proposito della Boca, il quartiere "genovese" di Buenos Aires: Non appena giungiate alla Boca del Riachuelo, i vostri cinque sensi vi grideranno all’orecchio come un capostazione: "Genova! [...] Le parole, gli odori, i sapori, insomma tutto vi produrrà l’impressione pittorica, panoramica, superficiale di trovarvi a Genova. Una manciata di casette variopinte, il porticciolo gremito di imbarcazioni, la parlata genovese che risuonava nelle strade--e ovunque il profumo inconfondibile della farinata e della focaccia calda... Tale doveva essere il vecchio quartiere della Boca: una Genova in miniatura, popolata da marinai e pittori, massaie e prostitute, poeti vernacolari e contrabbandieri, commercianti e compositori di tango. Un quartiere di angiporto: variopinto e inquietante, povero e fiorente al contempo, ove l’immigrazione prevalentemente ligure aveva imposto pacificamente l’uso del dialetto genovese. Tutti, con poche eccezioni, vivevano nei "conventillos" della Boca, ove cinque, sei famiglie installate ciascuna in una stanzetta attorno al patio compartivano bagno e cucina. Sostengono, i bochensi odierni, che questi immigrati formassero comunità utopiche ove la povertà era dignitosa, e ove regnavano solidarietà, amicizia e ordine assoluto. Dipinte e ritoccate continuamente con le vernici delle imbarcazioni, le casette della Boca conferivano al quartiere l’aspetto pittoresco per cui esso resta iscritto nell’immaginario urbano di Buenos Aires come un luogo esotico, come la piccola Genova dove gli antichi immigrati avevano imposto il modus vivendi della loro patria. Nella Boca un po’ ingrigita di oggi, i discendenti degli immigrati italiani esercitano ancora il culto della memoria ligure del quartiere. Ai genovesi in visita, la gente della Boca racconta--con un po’ di compiacimento--aneddoti gustosi sullo spirito industrioso, sí, ma anche ribelle dei loro antenati. Anticlericali convinti di fede massone, socialista e anarchica, raccolti in quella che è l’oramai centenaria associazione mutuale "La Ligure", questi vecchi genovesi resero la vita difficile a più di un parroco della chiesa locale. Nel 1882, a seguito di uno sciopero generale, pare che essi fossero giunti al punto di issare la bandiera genovese sull’edificio più alto del quartiere, proclamando la nascita della "Repubblica Genovese della Boca." Se tale repubblica ebbe vita breve, va anche detto che essa lasciò un segno profondo in una memoria collettiva improntata all’orgoglio delle proprie radici. Una memoria, quella della vecchia Boca genovese, che non si perde. Sono ancora tante le storie di famiglia che il visitatore odierno può raccogliere camminando per le stradine del quartiere. Punteggiate di parole italiane, e più spesso ancora di termini genovesi, queste storie cominciano immancabilmente con il "barco" da cui scesero i nonni (o i genitori), ciascuno determinato a passare dalla povertà a una discreta ascesa sociale attraverso la redenzione del lavoro. Ma l’anima della Boca non è solo l’orgoglio di un’immigrazione industriosa: qui, infatti, la dimensione epica del riscatto sociale è ingentilita da altri due temi fondamentali della comunità immigrante creolizzata: la pittura e il tango. La Boca degli anni d’oro (ossia dalla seconda metà del secolo scorso fino alla fine degli anni ’60) è il quartiere boemio in cui pittori come Alfredo Lazzari o Quinquela Martin--tutti di origine rigorosamente italiana--installavano i loro cavalletti sulla ribera o direttamente nelle barche, contribuendo con le loro opere all’identità caratteristica del luogo. Del tango, la Boca é uno dei luoghi mitici. Lo é perché il tango esprime la malinconia degli immigrati. E lo é anche perché l’angiporto forniva lo sfondo adeguato per un ballo di origine postribolare, e per canzoni i cui testi (letras) erano scritti in lunfardo, il gergo della malavita infarcito di espressioni dialettali italiane, spesso genovesi. Fino a non molti anni fa, il tango lo si ballava fino all’alba nelle pizzerie (cantinas) della Boca, tra una porzione di faina’ e un bicchiere di vino. Il turista di oggi, invece, si deve accontentare di una passeggiata in Calle Caminito, dedicata al celeberrimo tanguero bochense Filiberto. Oggi museo all’aria aperta, Caminito é la meta prediletta degli artisti di strada bonaerensi, ove pittori, ballerini di tango e suonatori di bandoneon si contendono l’attenzione dei turisti. Non si illuda, il viaggiatore odierno, che la Boca sia ancora pronta a gridargli in faccia la sua genovesita’ come lo era negli anni ’30. Da oltre due decenni il quartiere versa in uno stato di semi-abbandono. Mentre le inondazioni delle acque nere del fiume Riachuelo si succedevano inesorabilmente, le carcasse di vecchie barche si accumulavano nel porticciolo ormai inutilizzato. Molti bochensi abbandonarono i vecchi conventillos per trasferirsi nei quartieri alti di Buenos Aires. Certo--quasi in attesa di tempi migliori--l’anima genovese della Boca permane. Sta peró al visitatore trovarla, avventurandosi con pazienza nella dimensione della memoria, dell’immaginario collettivo che trasfigura costantemente il presente nel passato, e il passato nel presente. La troverà, la "piccola patria" (patria chica), nei racconti dei discendenti dei tanti liguri che, venuti in Argentina per "fare l’America," inventarono un nuovo modo di pensare a Genova. Al di là della commercializzazione turistica, la Boca genovese si nutre con voracità della nostalgia della gente del luogo. Come un tango triste e bello, essa concede ancora ai bochensi il privilegio di un’identità poetica altrimenti negata a un paese in crisi.

                                         Casa Caratteristica

                     

                                                                                                                Bar  Tìpico

                                      Famoso Caminito

SENZA DI TE

SENZA   DI   TE

Il mio cuscino mi guarda di notte con durezza
come una pietra tombale;
non avevo mai immaginato che tanto amaro fosse essere solo
e non essere adagiato nei tuoi capelli.
Giaccio da solo nella casa silenziosa,
la lampada è spenta, e stendo pian piano,
le mie mani per afferrare le tue,
e lentamente spingo la mia fervente bocca verso di te
e bacio me fino a stancarmi e ferirmi
e all’improvviso son sveglio,
e intorno a me la fredda notte tace,
luccica nella finestra una limpida stella,
o tu dove sono i tuoi capelli biondi,
dov’è la tua dolce bocca?
Ora bevo in ogni piacere la sofferenza e veleno in ogni vino;
mai avrei immaginato che fosse tanto amaro
esser solo esser solo e senza di te!

(Hermann Hesse)

POSSO SCRIVERE I VERSI

POSSO  SCRIVERE  I  VERSI

 Posso scrivere i versi più tristi questa notte.
Scrivere, ad esempio: "La notte è stellata,
e tremolano, azzurri, gli astri, in lontananza ".
Il vento della notte gira nel cielo e canta.
Posso scrivere i versi più tristi questa notte.
lo l'amai, e a volte anche lei mi amò.
Nelle notti come questa la tenni tra le mie braccia.
La baciai tante volte sotto il cielo infinito.
Lei mi amò, a volte anch'io l'amavo.
Come non amare i suoi grandi occhi fissi.
Posso scrivere i versi più tristi questa notte.
Pensare che non l'ho. Sentire che l'ho perduta.
Udire la notte immensa, più immensa senza lei.
E il verso cade sull'anima come sull'erba la rugiada.
Che importa che, il mio amore non potesse conservarla.
La notte è stellata e lei non è con me.
In lontananza qualcuno canta. In lontananza.
La mia anima non si accontenta di averla perduta.
Come per avvicinarla il mio sguardo la cerca.
Il mio cuore la cerca, e lei non è con me.
La stessa notte che fa biancheggiare gli stessi alberi.
Noi, quelli di allora, più non siamo gli stessi.
Più non l'amo, è certo, ma quanto l'amai.
La mia voce cercava il vento per toccare il suo udito.
D'altro. Sarà d'altro. Come prima dei miei baci.
La sua voce, il suo corpo chiaro. I suoi occhi infiniti.
Più non l'amo, è certo, ma forse l'amo.
Così breve l'amore, ed è sì lungo l'oblio.
Perché in notti come questa la tenni tra le mie braccia,
la mia anima non si rassegna ad averla perduta.
Benché questo sia l'ultimo dolore che lei mi causa,
e questi siano gli ultimi versi che io le scrivo.

(Pablo Neruda)

MI PIACE QUANDO TACI

MI PIACE QUANDO TACI

Mi piaci quando taci perché sei come assente,
e mi ascolti da lontano, e la mia voce non ti tocca.
Sembra che si siano dileguati i tuoi occhi
e che un bacio ti abbia chiusa la bocca.
Siccome ogni cosa è piena della mia anima
tu emergi dalle cose, piena dell’anima mia.
Farfalla di sogno, assomigli alla mia anima,
e assomigli alla parola malinconia.
Mi piaci quando taci e sei come distante.
Sembri lamentarti, farfalla che tuba.
E mi ascolti da lontano e la mia voce non ti giunge:
lascia che io taccia con il silenzio tuo.
Lascia che ti parli anche con il tuo silenzio
chiaro come una lampada, semplice come un anello.
Sei come la notte, silenziosa e stellata.
Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice.
Mi piaci quando taci perché sei come assente.
Distante e dolorosa come se fossi morta.
Poi basta una parola, un sorriso.
E sono felice, felice che non sia vero.

(Pablo Neruda)