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COL CUORE IN ITALIA

TORRE PENDENTE DI PISA - CAPOLAVORO DEL MEDIOEVO

TORRE PENDENTE DI PISA - CAPOLAVORO DEL MEDIOEVO

La Torre di Pisa è il campanile del Duomo. La costruzione iniziò nell’agosto del 1173 e proseguì (con due lunghe interruzioni) per circa duecento anni, con piena fedeltà al progetto originario, il cui autore non è noto con certezza.
In passato molti credettero che la pendenza della Torre fosse parte intenzionale del progetto, ma ora sappiamo che non è così. La Torre fu progettata "diritta" (e anche se non pendesse sarebbe uno dei più notevoli campanili in Europa), e cominciò a inclinarsi durante la costruzione.
Per la sua bellezza e per la sua pendenza, dal 1173 ad oggi la Torre è stata oggetto di specialissima attenzione. Durante la costruzione, si cercò di contrastarne l’inclinazione con speciali accorgimenti costruttivi; più tardi, si provvide a più riprese alla sostituzione di colonne ed altre parti lesionate; infine, oggi si sta agendo sul sottosuolo con lo scopo di ridurre significativamente la pendenza della Torre, in modo da assicurarle lunga vita

L’inclinazione della torre è attualmente di circa 5 metri; la sua altezza è di 56 metri con uno sprofondamento medio di 2,50 metri alla base. La torre continua a pendere in ragione di un millimetro ogni anno ed è motivo di grande preoccupazione per i tecnici che sperano comunque di poter stabilizzare definitivamente il famoso campanile.

In questa lunga storia c’è una significativa costante, il "codice genetico" della Torre: la sua continua interazione col suolo su cui è costruita. I lavori in corso per la salvaguardia e la conservazione della Torre con metodologie avanzatissime sono impostati nel massimo rispetto di questa costante.

"GRAZIE" , UN CD CON TUTTA GIANNA E IL SUO GRANDE CUORE

"GRAZIE" , UN CD CON TUTTA GIANNA  E IL SUO GRANDE CUORE

C’è dell’aria nel nuovo disco della Nannini. C’è molta più aria che nel disco “Aria” di quattro anni fa. Ci sono melodie che sanno del vento che le ispira e ci sono archi che solcano veloci le serie infinite di zero e di uno che trasformano il digitale in suono, quasi vele tese a cogliere quel respiro, quel battito, quello spirito di vita che si avverte sotto le canzoni. Gianna Nannini (49 anni) ha sempre potuto unire alle proprie composizioni un di più che viene dalla sua voce graffiata e partecipata, da quell’aderenza che si percepisce tra le cose cantate e le cose vissute.

Anche quando, come in questo caso, Gianna si limita spesso a essere co-autrice dei brani l’interpretazione restituisce poi il senso di tutto quanto viene detto come vissuto personale della stessa Nannini. Tentando un parallelo si potrebbero trovare in Gianna oggi, alcuni degli accenti che animano l’animo profondamente turbato di Nada e che consentono alla cantante di Gabbro di comporre canzone scabre e disidratate ma che contengono importanti soffi d’anima. Gianna è più solare di Nada, ma anche dalla sua voce sgocciola su disco una vita intensa e vissuta con calore

In questo senso le canzoni della Nannini sono ancora considerabili “rock”, anche quando sono “lente” (e in questo disco i lenti “strappacore” non mancano, ma sono lenti d’effetto). “Grazie”, diciassettesimo capitolo nell’arco di 30 anni della lunga discografia della cantante senese, è un disco “collettivo”, dietro al quale riconosciamo tante mani che contribuiscono a edificare una suite in 10 brani, per una durata complessiva da vecchio vinile (41’41”), sulla necessità del vivere ora.

Un disco collettivo si diceva: Pacifico compare ai testi in due brani (il singolo “Sei nell’anima” e l’unico brano non composto dalla Nannini, “Le carezze”), Will Malone è in ogni dove: produttore, arrangiatore degli archi, strumentista (archi e piano), autore (“Le carezze”) e co-autore delle musiche (“Possiamo sempre” e “L’abbandono”), Fausto Mesolella suona da par suo la chitarra in tre brani, mentre la pianista classica armena Ani Martirosyan fornisce la base per la conclusiva “Alla fine” e, per chiudere con le illustri collaborazioni Isabella Santacroce, nota scrittrice, che figura come co-autrice dei testi in quattro brani.

Testi che stanno sempre in piedi, grazie anche a Santacroce e Pacifico (che scrive meglio qui che nel suo disco solista) e che propongono piccole gemme qua e là, come: “vado punto e a capo così / spegnerò le luci e da qui sparirai / ... / siamo carne e fiato” (“Sei nell’anima”) oppure “Possiamo sempre far l’amore come comanda dio” (“Possiamo sempre”) o ancora “Scaldiamo questa primavera / con il fuoco che sei bruciami ancora” (“L’abbandono”) o ancora “Lasciami il tuo silenzio / spegni la voce / le luci accese / grazie” (“Grazie”) o “Ho preso il treno lasciando il nostro addio / sulle tue labbra al posto mio” (“Treno bis”) o infine “Davanti a me si perde il mare / io sto con te senza lacrime / tu come fai a darti pace / in questa immensità, in questa solitudine / Alla fine dell’Italia un bacio fa rumore” (“Alla fine”).

Tante mani, ma alcune sono di ritorno a fianco di Gianna: Isabella Santacroce infatti aveva già collaborato ai testi di “Aria”, Wil Malone (già collaboratore di Verve, Depeche Mode, Massive Attacks) invece viene da più lontano, perché aveva collaborato con la Nannini ai tempi di “Cuore” (1998). Tra i singoli brani colpiscono già da un primo ascolto “Treno bis”, “Le carezze” e “Alla fine”, oltre alla title track e al singolo di apertura. C’è poi “Babbino caro”, dove Gianna, complice una grave malattia, fa i conti col difficile rapporto col padre (“meno male che l’ho scritta. Così è rimasto in vita”) o ancora “Mi fai incazzare” dove, senza peli sulla lingua, si parla di un rapporto d’amore che “mi fa tremare l’Africa”. Una volta era l’America, ma sempre di sesso femminile si sta parlando. E i sottili brividi di amor saffico percorrono sia questa canzone che altri passaggi, dove il sesso del deuteragonista non è mai specificato.

Tutto concorre a fare di “Grazie” un disco di ampio respiro, da non seppellire sotto una valanga di cd dell’inutilità, ma da tenersi stretto, pronunciando a nostra volta, a bassa voce “grazie”.


Un disco collettivo si diceva: Pacifico compare ai testi in due brani (il singolo “Sei nell’anima” e l’unico brano non composto dalla Nannini, “Le carezze”), Will Malone è in ogni dove: produttore, arrangiatore degli archi, strumentista (archi e piano), autore (“Le carezze”) e co-autore delle musiche (“Possiamo sempre” e “L’abbandono”), Fausto Mesolella suona da par suo la chitarra in tre brani, mentre la pianista classica armena Ani Martirosyan fornisce la base per la conclusiva “Alla fine” e, per chiudere con le illustri collaborazioni Isabella Santacroce, nota scrittrice, che figura come co-autrice dei testi in quattro brani.

Testi che stanno sempre in piedi, grazie anche a Santacroce e Pacifico (che scrive meglio qui che nel suo disco solista) e che propongono piccole gemme qua e là, come: “vado punto e a capo così / spegnerò le luci e da qui sparirai / ... / siamo carne e fiato” (“Sei nell’anima”) oppure “Possiamo sempre far l’amore come comanda dio” (“Possiamo sempre”) o ancora “Scaldiamo questa primavera / con il fuoco che sei bruciami ancora” (“L’abbandono”) o ancora “Lasciami il tuo silenzio / spegni la voce / le luci accese / grazie” (“Grazie”) o “Ho preso il treno lasciando il nostro addio / sulle tue labbra al posto mio” (“Treno bis”) o infine “Davanti a me si perde il mare / io sto con te senza lacrime / tu come fai a darti pace / in questa immensità, in questa solitudine / Alla fine dell’Italia un bacio fa rumore” (“Alla fine”).

Tante mani, ma alcune sono di ritorno a fianco di Gianna: Isabella Santacroce infatti aveva già collaborato ai testi di “Aria”, Wil Malone (già collaboratore di Verve, Depeche Mode, Massive Attacks) invece viene da più lontano, perché aveva collaborato con la Nannini ai tempi di “Cuore” (1998). Tra i singoli brani colpiscono già da un primo ascolto “Treno bis”, “Le carezze” e “Alla fine”, oltre alla title track e al singolo di apertura. C’è poi “Babbino caro”, dove Gianna, complice una grave malattia, fa i conti col difficile rapporto col padre (“meno male che l’ho scritta. Così è rimasto in vita”) o ancora “Mi fai incazzare” dove, senza peli sulla lingua, si parla di un rapporto d’amore che “mi fa tremare l’Africa”. Una volta era l’America, ma sempre di sesso femminile si sta parlando. E i sottili brividi di amor saffico percorrono sia questa canzone che altri passaggi, dove il sesso del deuteragonista non è mai specificato.

Tutto concorre a fare di “Grazie” un disco di ampio respiro, da non seppellire sotto una valanga di cd dell’inutilità, ma da tenersi stretto, pronunciando a nostra volta, a bassa voce “grazie”.


PORTO DI PORTOFINO - GENOVA

PORTO DI PORTOFINO  -  GENOVA

VICOLINO D´ AGRIGENTO

VICOLINO D´ AGRIGENTO

ZUCCHERO...DOVE LA MUSICA CI PORTA DOVE VOGLIAMO

ZUCCHERO...DOVE LA MUSICA CI PORTA DOVE VOGLIAMO

Zucchero (Adelmo Fornaciari), nasce il 25 settembre 1955 a Roncocesi, un paese agricolo in provincia di Reggio Emilia. La sua prima passione è il calcio: passa ore e ore a giocare all'oratorio, e alla fine entra nei "pulcini" della Reggiana in qualità di portiere. Il soprannome gli viene affibbiato alle elementari (il maestro lo chiamava "zucchero e marmellata"), qualcuno malignamente sostiene che gli deriva delle guance rosee e paffute. Figlio di contadini, è tuttora molto legato alla sua terra, anche se vive in Toscana. Lì, a Reggio Emilia, ha cominciato anche a suonare la chitarra. A insegnargli i primi rudimenti è uno studente americano di colore, che frequenta la Facoltà di Veterinaria a Bologna. Impara a strimpellare Beatles, Bob Dylan e Rolling Stones. Nel 1968 la famiglia si trasferisce per lavoro in Versilia (a Forte dei Marmi) e il ragazzino si ritrova a cambiare amici ed abitudini. Ma la musica ormai gli è entrata nel sangue, e ha già preso i contorni del rhythm’n’blues e della musica del Delta del Mississippi. Costituisce "Le nuove luci", un gruppo di musicisti ragazzini come lui con cui comincia a suonare nelle balere della zona. Frequenta l'Istituto tecnico industriale a Carrara, poi si iscrive all'Università nella facoltà di Veterinaria. Ma non conclude gli studi. Già infatti vive di musica. Fa tournée con i Sugar & Daniel (è Daniel il cantante del gruppo, mentre Zucchero suona chitarra e sax) fino al 1978, quando forma i Sugar & Candies, per i quali comincia anche a scrivere canzoni.
Anche se il suo amore vero è il blues, come autore di canzoni per altri, si sforza di percorrere strade più italiane. Lo spinge in questa direzione un campione delle atmosfere romantiche come Fred Bongusto, per cui scrive "Tutto di te", poi scrive per un giovane rappresentante del genere melodico, Michele Pecora. Ma quest’ultimo, con "Te ne vai", ottiene un grosso successo estivo, che apre di colpo a Zucchero la strada dell’autore commerciale. Nel 1981 Gianni Ravera, incuriosito dal timbro della sua voce, lo spinge ad affrontare il Festival di Castrocaro come interprete. Zucchero vince, ottiene un contratto con la Polygram e l'anno successivo partecipa al Festival di Sanremo. Il risultato non è entusiasmante, ma lui ci ritornerà altre volte sempre accontentandosi di risultati personali poco più che mediocri. Più fortunata è intanto la sua carriera di autore: scrive qualche successo per Stefano Sani e per Donatella Milani. Nel 1983 incide finalmente il primo album "Un po' di Zucchero", che rimane sostanzialmente in una posizione di stallo. La sua vita artistica cambia nel 1985 quando presenta a Sanremo il brano "Donne", con la Randy Jackson Band. Arriva ottavo, ma la canzone, un reggae che ripercorre una linea di gran moda presso i giovani, colpisce il pubblico. Non è un grande successo commerciale, ma l’album "Zucchero & Randy Jackson Band" (Polydor) gli regala la credibilità che gli mancava e costituisce il punto di partenza per una straordinaria escalation personale. Da allora in effetti non si è fermato più. Con "Bluesugar" è arrivato al suo nono album, con punte di vendita spesso da record ("Oro, Incenso & Birra" del 1989 è stato l’album più venduto nella storia della canzone italiana) e si è assestato su fortissime hit di vendita anche all’estero ("Senza una donna", incisa con Paul Young nel 1991, raggiunse il quarto posto nella classifica inglese), con un genere piuttosto originale, frutto di un’inedita contaminazione tra musica nera e melodia mediterranea, che lo ha reso popolare anche all’estero e gradito ad una fittissima schiera di big inglesi e statunitensi. "Shake" del 2002 segna il ritorno dell'artista emiliano al blues ed al soul, in contrasto con la virata verso sonorità più marcatamente anglosassoni del lavoro precedente. Nel 2004 realizza “Zu & Co”, folgorante album interamente composto di duetti.Sono 18 le canzoni che lo compongono, due delle quali del tutto inedite; il resto è costituito in parte da brani usciti in lavori propri od altrui.

 Tra i duetti totalmente nuovi, da segnalare la splendida "Dune mosse", con la tromba del divino Miles Davis impegnata in un assolo da brivido (per la cronaca, registrato a New York tre lustri orsono); "Like the Sun" - in italiano "Come il sole all'improvviso", testo di Gino Paoli - impreziosita dalla voce lunare di Macy Gray e dalla suggestiva chitarra di Jeff Beck; "Pure Love", sulle onde del lirismo più terso, grazie all'intrecciarsi della voce del Nostro a quella, meravigliosa, di Dolores O'Riordan; la scatenata "Diavolo in me" ("A Devil in Me"), con il vescovo Solomon Burke a caricare i ritmi ed a tentar di redimere Satana; la funkeggiante "Pippo", che vede Tom Jones scatenato a ripetere l'irriverente ritornello del pezzo ("Ma che c. fai"). Passando ai duetti già incisi, si va dalla melodiosa "Muoio per te", in compagnia di Sting, ad "Ali d'oro", pagina di commiato della luminosa carriera di John Lee Hooker; dalla superba "A Wonderful World", dove Eric Clapton canta oltre a suonare la chitarra, a "Blue", con una tenerissima e lieve Sheryl Crow; dalla scatenata "Baila Morena", vivificata dagli elettrizzanti Manà, alla irraggiungibile "Così celeste", sulle note mediterranee introdotte dalla voce dell'algerino Cheb Mami... I due inediti assoluti - "Indaco dagli occhi di cielo" con Vanessa Carlton e "Il grande Baboomba" con Mousse T. - completano degnamente un cd che è tra i più riusciti del musicista emiliano e forse il più originale in assoluto dell'annata.

LA PRIMAVERA , DESTACADA PINTURA DEL RENACIMIENTO FLORENTINO

LA PRIMAVERA , DESTACADA PINTURA DEL RENACIMIENTO FLORENTINO

Cuando Sandro Botticelli realiza esta magna obra en 1478,  pleno Renacimiento italiano no podía ser completamente consciente de la trascendencia que supondría para el arte posterior. Lo primero que debiera llamar nuestra atención, en relación con los usos de la época, es su enorme formato, la pintura profana casi nunca utilizó estas dimensiones, que se reservaban para la expresión de los temas sacros. Esto le confiere un carácter de cristianización de un tema que a primera vista parece totalmente ajeno a las creencias religiosas.

 En La Primavera vemos nueve personajes en un huerto, en actitudes diversas, algunos formando grupos; estudiaremos el contenido de derecha a izquierda. Junto al extremo derecho vemos a un personaje de aspecto masculino,Eolo, similar a la representación del Nacimiento de Venus, que se precipita, agitando los árboles en su impulso, sobre un ser de aspecto delicado: se trata de Cloris, personificación de la Tierra; todo en ellos es contradictorio: Eolo es de tonos fríos, azulados, de actitud decidida, soplando continuada y fuertemente; por el contrario, la Tierra está pintada en tonos cálidos, su actitud es temerosa y descoordinada, su aliento es sincopado y deja escapar brotes vegetales. La Tierra está siendo poseída, desflorada, por el Viento. Los árboles que están en la parte superior, verdes todos ellos, dan flor y fruto a partir de la boca de la Tierra y hasta el extremo izquierdo. Más a la izquierda avanza decididamente una joven, la Primavera, distribuyendo las flores que tiene en el embolsamiento de su túnica, a la altura del vientre, cayendo allí desde la boca de la Tierra; va vestida con una túnica adornada con flores y se ciñe y adorna también con éstas. Las flores van a parar a los pies del personaje central. En el centro de la composición, destacada por la vegetación, está una mujer que representa a Venus. Va vestida recatadamente: lleva una túnica amplia y un manto de dos tonos, rojo y azul, que arrastra por el suelo; parece tener un vientre muy prominente, como si pudiera estar en avanzado estado de gestación; su cabello se cubre por un velo; se calza con sandalias. Se desplaza hacia la izquierda, adonde señala, según se ve por la posición de sus miembros y el extremo de su manto. Se trata de una representación de la Venus púdica. Encima de Venus está un niño alado desnudo con los ojos vendados: es Cupido, el dios del amor físico, que está disparando una flecha de punta de fuego con su arco. Venus y Cupido figuran elementos contrapuestos: la actividad de Cupido se contrapone a la actitud melancólica de Venus, siendo también contrapuestos sus sexos. Cupido dispara su flecha a la joven que se encuentra en lugar central en el grupo de tres, a nuestra izquierda; este grupo representa a las Tres Gracias; las tres visten túnicas muy ligeras, amplias y llevan elaborados peinados; van descalzas. A nuestra izquierda vemos a una joven que está de puntillas, avanzando hacia nuestra derecha: se trata de Castitas; su izquierda tira con fuerza de la mano derecha de la que está en el otro extremo; con su brazo derecho intenta detener a la compañera que ocupa el lugar central, la que va a ser herida por Cupido. En el lugar central está Voluptas, que quiere irse con el joven del margen izquierdo. Es detenida frontalmente por Cástitas mientras que su otra compañera la sujeta por los dedos de la mano derecha; se ha quitado la manga izquierda de su túnica y está muy agitada. Junto a Venus queda Pulchritudo, la tercera integrante del grupo, quien desea ir adonde la lleva Cástitas y, por otra parte, retener a Voluptas. Cástitas y Voluptas representan fuerzas contradictorias, mientras que Pulchritudo intenta equilibrarlas. En el extremo izquierdo del cuadro está Mercurio, el dios de los misterios, de las cosas ocultas, representado como un joven tocado por un casco con yelmo, armado por una espada, que se cubre por un manto, o clámide, rojizo con bordados; va calzado con unas botas aladas. Está de espaldas al resto de la composición, ocupado en hurgar unas nubes del ángulo superior izquierdo con su caduceo.

 

BERLUSCONI BAJO LA LUPA CRÍTICA DE UN CINEASTA ARGENTINO

BERLUSCONI BAJO LA LUPA CRÍTICA DE UN CINEASTA ARGENTINO

El ácido filme de Rubén Oliva compara al premier italiano con Menem y es un suceso.

Los misterios del origen de su riqueza, sus relaciones con la mafia, su irrupción en la vida política italiana, europea y mundial; su fabulosa fortuna, sus paralelos impresionantes con el ex presidente argentino Carlos Menem. Durante 90 minutos, la película dirigida por el director y periodista argentino Rubén Oliva, tiene un protagonista indiscutido: Silvio Berlusconi, el premier italiano, el propietario de las tres grandes cadenas de TV y otros negocios, quien ha rechazado siempre distinguir el conflicto de intereses entre sus actividades privadas y su condición de hombre público.

Cuando estaba Silvio es el título del filme que también se llama Una historia del período berlusconiano. Según contó Oliva a Clarín, la obra llena las salas independientes donde se proyecta y en DVD se han vendido más de 200 mil copias. "La película es un docufilme que une géneros distintos: de la ficción al reportaje, del arte gráfico al repertorio inédito. Hasta aparecen Pinocho, Carlos Marx y Mussolini", dijo el director, que fue en Italia periodista de Il Giorno, La Repubblica y la RAI.

"Volví a la Argentina entre 1988 y 1999, donde hice televisión, fui corresponsal de la prensa italiana y trabajé en documentales. Tengo grabado lo que fue el menemismo. En la época de Menem se cambió cultural y sociológicamente a nuestro país. Con Berlusconi se exaltó en el hombre medio lo chanta y la falta de límites morales. Creo que entre Menem y Berlusconi hay paralelos extraordinarios: ambos se tiñen el pelo, son petisos y usan zapatos de taco alto; se han hecho la cirugía estética para lucir jóvenes, tienen un estilo populista. Y ambos hundieron a sus países".

Oliva destacó algunos momento del filme que han causado mucho impacto en la opinión pública, sensibilizada por una campaña electoral exasperada para las elecciones del 9 de abril, que Berlusconi puede perder.

"Contamos las características increíbles del mausoleo que se construyó en su lujosa villa de Arcore, cerca de Milán. De la visita de Mijail Gorbachov, que no quiso entrar cuando Berlusconi quería mostrarle las tumbas y nichos que esperaban a sus ’huéspedes’, entre ellos al mismo Berlusconi", dijo Oliva.

Cuando estaba Silvio contiene una entrevista al fiscal de Palermo Antonio Ingroia, que narra todo lo que está probado en el proceso a Marcello Dell’Utri, uno de los más íntimos colaboradores de Berlusconi. Dell’Utri ha sido condenado en Palermo a 9 años de prisión por asociación externa con la mafia, aunque sigue libre porque el juicio está en apelación. "Dell’Utri, siciliano, ha sido durante 30 años el embajador de la mafia en el norte de Italia. El es quién hoy elige a los candidatos del partido de Berlusconi, Forza Italia. Es parlamentario y será presentado para una reelección segura en los comicios. En la película, el fiscal Ingroia cuenta como Berlusconi se negó a responder a las preguntas de los magistrados de Palermo que trataron de interrogarlo en Roma".

Según Oliva, la historia de los misterios de la fortuna de Berlusconi tiene que ver con su relación con Dell’Utri y con el dinero de la Cosa Nostra, que respaldaron su aventura empresaria.
                               

                                                                                                     inf. Clarín

CONTINUA LA INTENSA BÚSQUEDA DEL BEBÉ SECUESTRADO EN PARMA

CONTINUA LA INTENSA BÚSQUEDA DEL BEBÉ SECUESTRADO EN PARMA

Hace muchos días que dos personas se llevaron a Tommaso Onofri de la casa de sus padres en Parma. Hasta ahora no hubo noticias de los captores. La Policía sospecha de una venganza e investiga las actividades del padre.

Paolo Onofri ( en la foto junto a su esposa ) es director de la Oficina de Correo de Parma, una de las más importantes de Italia. Tras sus actividades se han concentrado los investigadores que llevan el caso por el secuestro de su hijo, Tommaso, de tan sólo 17 meses.

El jueves 2 de marzo pasado, en medio de un confuso episodio, un hombre y una mujer encapuchados entraron en la casa de la familia Onofri, en Casalbaroncolo en la rica provincia de Parma, y, en lo que un primer momento pareció ser un asalto, se llevaron 150 euros y al pequeño Tommaso.

Sin embargo, con el correr de las horas y ante la falta de noticias de los captores, los investigadores están empezando a pensar en otras hipótesis. La que pisa más fuerte: una venganza contra Paolo Onofri por sus actividades en la Oficina de Correo.

Sucede que la dependencia que él dirige no es un simple servicio postal. En Italia, el Correo es una entidad poderosísima que tiene hasta sucursales bancarias.

“Lavado de dinero” y “mafia” son algunas de las palabras que rondan en las cabezas de los investigadores. “Motivos inconfesables”, destaca la prensa italiana.

Las dudas de la Justicia y la Policía -que tiene decenas de agentes aplicados al caso- surgieron después de que Paolo Onofri fuera interrogado durante más de ocho horas y confiara que hace dos años recibió amenazas.

Luego, agentes del Reparto Investigativo Especial (RIS, por sus siglas en italiano) ingresaron en su casa para intentar recolectar pruebas que ayuden a entender qué pasó con Tommaso.

Los investigadores fueron duros y claros con Onofri. Necesitan saber todo lo relacionado con sus cuentas bancarias, su actividad económica y hasta con aquella misteriosa amenaza.

“No tengo buenos presentimientos. Me siento acusado y no se de qué”, fueron las pocas palabras que se le escucharon en público a Onofri. Su mujer, Paola Pellinghelli, sólo es vista por las Fuerzas de Seguridad como una madre destrozada por la angustia.

Las horas pasan e Italia teme por la vida Tommaso que padece un grave tipo de epilepsia y debe estar medicado constantemente para evitar las terribles convulsiones que le aquejan. El jueves pasado, cuando se lo llevaron, volaba de fiebre.

Mientras siguen llegando las adhesiones de solidaridad a la familia, personalidades italianas piden por el chiquito. El Papa Benedicto XVI ya salió a pedir por él. Ayer, la primera dama Franca Ciampi imploró a los secuestradores que devuelvan al nene.

En tanto, su hermano, Sebastiano, de tan sólo ocho años, repite incansablemente lo que vio el jueves pasado cuando se llevaron al bebé.